Cui Prodest

Questo è un articolo di fantascienza. Ciò che segue è pura speculazione e quindi non è vero. Nessun tribunale lo ha certificato vero. Nessuno scienziato ne ha dimostrata l’autenticità. Nessun giornalista lo ha scritto. Nessun telegiornale lo ha detto. Quindi non è vero. Non sostengo che, per contro, sia falso. Consideratelo come il “Gatto di Schrodinger”, una creatura, contemporaneamente e paradossalmente, sia viva che morta, sia vera che falsa, sino al momento in cui qualcuno andrà davvero a controllare come stiano le cose. Oppure, se questo vi riesce problematico, fate semplicemente così: non credete ad una singola parola di ciò che da questo momento in poi segue e godetevi il viaggio nel paese delle meraviglie facendo bene attenzione al paesaggio.Devo ammetterlo. C’ero momentaneamente cascato anch’io. C’era cascata Oriana Fallaci. Ci eravamo cascati tutti. L’11 Settembre 2001, come centinaia di milioni di altre persone in tutto il mondo (se non addirittura miliardi), ero incollato davanti al teleschermo assistendo attonito al verificarsi dell’Incredibile, convinto – come le vittime di Orson Wells molti decenni prima – che stesse andando in onda la Realtà, anziché – come sarebbe venuto fuori in seguito – il primo episodio di una nuova serie di fiction televisiva popolare. Aerei di linea dirottati da terroristi kamikaze ed usati per abbattere le Torri Gemelle. Sembrava un film. Anche tutti i sopravvissuti al crollo delle torri avrebbero riferito la stessa impressione. Anche a loro era sembrato di trovarsi in un film.
Invece tutto ciò era accaduto davvero. O quasi.Già verso sera, l’11 Settembre, qualche dubbio mi era venuto, ma non lo avevo preso sul serio, archiviandolo nello sgabuzzino delle paranoie gratuite. I dubbi erano in me generati da una semplice analisi del “cui prodest”, cioè chi è che alla fine ci andrà a guadagnare in tutta questa faccenda.
Probabilmente il 90 per cento di tutti i misteri politico-criminali del mondo si possono risolvere rispondendo in modo lucido a questa semplicissima domanda coniata dai nostri saggi antenati. Mancavano però i dati per dare sostanza alle fantasie, o comunque mancavano a me. Altri avevano già capito tutto.

Il Comandante in capo dell’aviazione russa Anatoli Kornukov, tanto per fare un esempio, dichiarò già il giorno seguente all’attentato che portare a termine un’operaione del genere va generalmente considerato impossibile [18], mentre Putin offrì ironicamente agli americani la disponibilità della Russia a provvedere in futuro alla protezione dello spazio aereo statunitense. Tom Clancy dichiarò che, se avesse scritto un libro nel quale si verificassero gli eventi appena avvenuti, nessun Editore lo avrebbe pubblicato, giudicandolo completamente inverosimile [19].
Quando si indaga su un crimine, uno dei principali criteri seguiti dagli inquirenti per trovare il colpevole risiede nella individuazione del soggetto che poteva trarre il maggior vantaggio dalla commissione del reato. Si cerca il “movente”, e quindi, come anzidetto, chi poteva ottenere beneficio dalla commissione del crimine. Un concetto che gli antichi latini sintetizzarono in una semplice domanda: ”Cui prodest?” [1].
Il documentario “Fahrenheit 9/11” di Michael Moore, vincitore della “Palma d’Oro” a al Festival di Cannes, mette in evidenza i rapporti d’affari che, sin dagli anni ’70, legano la famiglia Bush alla famiglia degli sceicchi sauditi Bin Laden.

Salem Bin Laden, nel 1973, costituisce, ad Austin, la compagnia aerea “Bin Laden Aviation” ed entra presto nei circoli che contano, fra alta finanza e politica locale. L’obiettivo è di stringere i legami necessari per arrivare a influenzare la politica Usa a favore degli interessi sauditi. La chiave d’accesso è George H. W. Bush, padre di George W. Bush, uomo collegato alla CIA fin dai tempi della “Baia dei Porci” nel 1961, poi nominato a capo della CIA nel 1976, salito alla Casa Bianca nel 1981 come vice di Ronald Reagan ed, infine, Presidente degli Stati Uniti dal 1988 al 1992.
Così, fin dai primi anni ’70, le storie e gli interessi delle due famiglie s’intrecciano a più riprese. Non solo negli affari comuni in campo petrolifero e finanziario, ma soprattutto nelle vicende che hanno scandito la politica Usa e internazionale. Un esempio su tutti: l’affaire “Bcci”, il piu’ grande scandalo criminal-finanziario del secolo, un magma di connivenze che è servito a coprire le operazioni in Iran e nell’Iraq di Saddam Hussein, nel Nicaragua diviso fra Sandinisti e Contras come nell’Afghanistan dei mujaheddin. Ed è servito ad alimentare il riciclaggio di uno spaventoso flusso di denaro proveniente da traffico di droga e armi [2].
Un altro documentario , “Zero – Inchiesta sull’11 Settembre”, di Giulietto Chiesa, racconta i motivi che sono alla base della creazione di quella che, dopo gli avvenimenti dell’11 Settembre 2001, diverrà l’organizzazione terroristica per eccellenza, ovvero “Al-Quaeda”.

Per paura che l’Unione Sovietica potesse espandere il suo controllo nella zona del Mar Caspio, il Governo Statunitense decide di dare pieno sostegno militare ed economico ai Mujaidin ed ai combattenti Talebani. Nel momento in cui le truppe sovietiche sono costrette alla ritirata, i ribelli addestrati dalla CIA assumono il controllo dell’Afghanistan e l’uomo di fiducia dell’intelligence americana utilizzato come tramite di Washington con i Talebani diviene proprio Osama Bin Laden.
Al Queda, che significa letteralmente “la base” e che serviva da “database” da cui la CIA poteva attingere combattenti sauditi ai quali aveva fornito adeguato addestramento, continua ad essere sovvenzionata dal Governo degli Stati Uniti d’America fino a pochi giorni prima dell’11 Settembre 2001.


Opportunità


Nell’autunno del 2000, un anno prima dell’11 Settembre, un documento intitolato Rebuilding America’s Defenses: Strategy, Forces and Resources for the New Century è stato pubblicato da un’organizzazione che si denomina il “Project for the New American Century” (Progetto per il Nuovo Secolo Americano), conosciuto con l’acronimo di PNAC [3]. Questo istituto neo conservatore collegato alla Difesa ed ai servizi segreti, al partito repubblicano ed al potente “Council on Foreign Relations” [20], è costituito da membri o sostenitori delle Amministrazioni Reagan e Bush padre, alcuni dei quali sarebbero diventati figure centrali nell’Amministrazione di Bush figlio. Questo gruppo comprende Jeb Bush (fratello del Presidente degli Stati Uniti d’America George Walker Bush), Richard Armitage, John Bolton, Dick Cheney (Vice Presidente degli Stati Uniti), Paul Wolfowitz (Vice Segretario alla Difesa), Zalmay Khalilzad (strettamente legato a Paul Wolfowitz [4]), Lewis “Scooter” Libby (Capo dello staff di Cheney), Richard Perle, Donald Rumsfeld (Segretario alla Difesa) e James Woolsey. Libby (capo dello staff di Cheney) e Wolfowitz (vice di Rumsfeld) sono elencati tra coloro che hanno partecipato direttamente al progetto Rebuilding America’s Defenses: Strategy, Forces and Resources for the New Century. E’ interessante notare che John Lehman, membro della “Commissione sull’11 Settembre”, sia stato membro del PNAC o almeno si sia pubblicamente allineato con esso [5].

L’obbiettivo principale dell’organizzazione, costituitasi nella primavera del 1997, consiste nell’affermare ed estendere il più possibile la leadership americana nel mondo [6]; il documento indica che gli Usa progettano di essere coinvolti simultaneamente in diversi teatri di guerra, in differenti regioni del globo [20]. Il PNAC delinea una mappa per la conquista. Esso chiede l’“imposizione diretta di basi avanzate Usa in Asia centrale ed in Medio Oriente” con il fine di assicurare il dominio economico del mondo, strangolando tutti i potenziali “rivali” od ogni possibile alternativa alla concezione americana di economia di “libero mercato” [21]. Nel documento viene evidenziato a più riprese che, tale processo di egemonia militare statunitense, sarebbe avvenuto molto più velocemente se un qualche “evento catastrofico e catalizzatore” si fosse abbattuto sugli USA [6]. Il piano del PNAC delinea come debba essere pianificata la propaganda di guerra. Un anno prima dell’11 Settembre 2001, si invoca apertamente ad un evento che potesse galvanizzare l’opinione pubblica degli Usa a sostegno dell’agenda di guerra [22]. Gli artefici del PNAC sembra abbiano anticipato con cinica precisione l’utilizzo, “come pretesto per una guerra”, degli attentati dell’11 Settembre 2001. Il riferimento del PNAC ad “un evento catastrofico e catalizzante” fa eco ad una simile dichiarazione di David Rockefeller al Consiglio Economico delle Nazioni Unite del 1994: “siamo sull’orlo di una trasformazione globale. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è la giusta grande crisi e le nazioni accetteranno il Nuovo Ordine Mondiale.”.
Simili le parole di Zbigniew Brzezinski nel suo libro “The Grand Chessboard” (“La Grande Scacchiera”): “[…] creare consenso in materia di politica estera potrebbe essere difficile, a meno che non si verifichi una minaccia esterna diretta veramente enorme ed ampiamente avvertita.”. Zbigniew Brzezinski, che era Consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Jimmy Carter, è stato uno dei progettatori della rete di Al Qaeda, creata dalla CIA all’inizio della guerra sovietico-afgana (1979-1989) [20].

Eventi “catastrofici e catalizzanti”, come quelli dichiarati dal PNAC, costituiscono, quindi, parte integrante della pianificazione militare e di intelligence; sono in molti a sostenere che la “militarizzazione delle Nazioni” nel mondo occidentale sia un’ipotesi già operativa e che attacchi terroristici che provocheranno numerose vittime da qualche parte nell’emisfero occidentale, metteranno in discussione la Costituzione dei principali Governi. Le risultanti crisi ed agitazioni sociali saranno strumentalizzate ed utilizzate con l’intento di realizzare importanti spostamenti nelle strutture politiche, sociali ed istituzionali, sino ad arrivare ad una vera e propria militarizzazione per evitare che altre stragi si possano ripetere [23].

Alla luce di quanto affermato nelle pagine del Rebuilding America’s Defenses: Strategy, Forces and Resources for the New Century, non ci si stupisce del fatto che personaggi di spicco dell’establishment statunitense come Donald Rumsfeld o Condoleeza Rice, all’indomani degli attentati dell’11 Settembre 2001, invoglino la gente a “pensare a come capitalizzare quest’opportunità fondamentalmente per cambiare […] la faccia del mondo.” [7], sottolineando come “gli eventi dell’11 Settembre 2001 hanno aperto nuove, vaste possibilità.” [8]. Lo stesso Presidente George W. Bush ha dichiarato che gli attentati dell’11 Settembre hanno rappresentato “una grossa opportunità” per gli Stati Uniti [9]; Bob Woodward, giornalista del “Washington Post” e cronista presso la Casa Bianca, nel suo libro “Bush at War”, cita le seguenti parole del Presidente degli Stati Uniti: “Questa è un’occasione eccellente. Dobbiamo considerarla un’opportunità.” [24].

Un “evento catastrofico e catalizzatore” di tale portata, sarebbe servito anche per poter richiedere ai contribuenti americani un aumento considerevole di fondi per la realizzazione dello “scudo di difesa missilistica”, conosciuto anche con il nome di “US Space Command” [10], realizzato con lo scopo di prevenire la capacità di altri paesi di scoraggiare gli Usa dal lanciare un primo attacco contro di loro [11]. Nel solo anno fiscale 2004, il Presidente George W. Bush ha firmato il bilancio della difesa stanziando fondi per 401,3 miliardi di dollari e prevedendo, fra l’altro, un aumento medio del 4,1 per cento della retribuzione dei militari.
A quegli oltre 400 miliardi di dollari vanno aggiunti i circa 87 miliardi stanziati per la guerra in Iraq e in Afghanistan e per la ricostruzione dei due Paesi e i 9,3 miliardi di una legge per la realizzazione d’installazioni militari. Si arriva così sulla soglia dei 500 miliardi, il che significa che le spese militari degli Stati Uniti sono confrontabili con il prodotto interno lordo di un Paese del G7, il Canada. E sono superiori al prodotto interno lordo globale della Russia [12].

Mentre lo “USA Patriot Act” (Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism Act), il Rebuilding America’s Defenses: Strategy, Forces and Resources for the New Century e lo “Us Space Command” forniscono validi “moventi” per un’operazione di tipo “false flag” volta ad incrementare lo stanziamento di fondi per la difesa, la possibilità di presidiare e controllare la zona del Mar Caspio mette in evidenza risvolti economici legati allo sfruttamento delle risorse minerarie e petrolifere dell’Afghanistan.
Sia il presidente Bush che il vice presidente Cheney sono petrolieri. Entrambi provengono dall’industria petrolifera. Le carriere di tutti e due sono state modellate da interessi petroliferi. La loro fortuna politica è stata propagandata dalle lobby del petrolio. Il presidente Bush cominciò il suo percorso di uomo d’affari negli anni ’80 in Texas, fondando una società di esplorazione petrolifera chiamata “Arbusto” [2]: nel 1984, si fuse con un’altra società di esplorazione petrolifera, dando vita alla “Spectrum 7”. E Bush ne divenne il presidente.
Due anni dopo, decise di vendere la sua società alla “Harken Energy Company”, per la quale già lavorava come consulente, entrando a far parte del Consiglio di Amministrazione. All’epoca la “Harken Energy Company” aveva interessi in Medio Oriente. Da parte sua, il Vice Presidente Cheney, prima del suo insediamento alla Casa Bianca, è stato presidente ed Amministratore Delegato della “Halliburton Company”, uno dei maggiori fornitori al mondo di prodotti e servizi legati all’industria petrolifera ed energetica, che conduce affari in oltre 100 paesi.
Non c’è da stupirsi, infine, che nella campagna per le elezioni presidenziali del 2000, l’allora candidato repubblicano George W. Bush sia stato il beneficiario numero uno del denaro proveniente dall’industria energetica, riuscendo a raccogliere oltre 1,8 milioni di dollari in contributi, più di quanto qualunque altro candidato alla carica Federale abbia ricevuto negli ultimi dieci anni [13].

La “Halliburton”, azienda fornitrice di prodotti e servizi alle compagnie petrolifere e del gas, è attiva come nessun’altra in regioni di crisi o dove sono in corso conflitti.
La compagnia si è guadagnata le prime pagine dei giornali in seguito ai legami con il Vice Presidente americano Dick Cheney. Dal 1995 al 2000 il Ministro della Difesa sotto George Bush Senior era direttore dell’azienda, prima di rientrare a Washington nel ruolo di vice di George Bush Junior [27], incarico che lo costringe a negoziare un pacchetto pensione che lo lascia pieno di azioni ed opzioni. In seguito ad alcune domande spiacevoli dei giornalisti, però, Cheney accetta di vendere parte dei suoi titoli “Halliburton”, ricavandone un profitto di ben 18,5 milioni di dollari. Ma non vende tutto. Secondo il “Wall Street Journal”, tiene 189.000 azioni “Halliburton” e 500.000 opzioni non investite quando sale alla vicepresidenza [82].
Il fatto che Cheney conservi una tale quantità di azioni “Halliburton” significa che, per tutto il suo mandato da Vice Presidente, ha raccolto milioni ogni anno in dividendi, e ha ricevuto anche risconti passivi dall’“Halliburton” nell’ordine dei 211.000 dollari l’anno: cifra più o meno equivalente al suo salario governativo. Quando lascerà l’incarico nel 2009, e potrà incassare tutte le sue partecipazioni nella “Halliburton”, Cheney avrà l’opportunità di trarre straordinari profitti dalla grande ascesa delle fortune dell’azienda, le cui azioni sono salite dai 10 dollari di prima della guerra in Iraq a 41 dollari tre anni dopo. Un balzo del 300 per cento, grazie a una combinazione di aumento dei prezzi dell’energia e appalti in Iraq; due fattori, questi, che sono diretta conseguenza dell’impegno di Cheney nel trascinare il Paese in guerra con l’Iraq [83].

Come Ministro della Difesa, già nel 1992, Cheney aveva approvato lo stanziamento di 9 milioni di dollari per finanziare al consorzio uno studio su quali funzioni logistiche le forze armate avrebbero potuto affidare a società private [25]. Come segretario alla Difesa sotto Bush Senior, Cheney riduce il numero di truppe attive e aumenta notevolmente la dipendenza dagli appaltatori privati. Incarica “Kellogg Brown and Root” (“KBR”), divisione ingegneristica della multinazionale texana “Halliburton”, di individuare funzioni svolte dalle truppe americane che avrebbero potuto essere svolte dal settore privato, con un profitto. Naturalmente la “Halliburton” ne individua moltissime, e ciò conduce ad un contratto nuovo di zecca con il Pentagono: il “LOGCAP” (“Logistics Civil Augmentation Program” – programma per l’incremento della partecipazione civile nel settore logistico). Il Pentagono, tristemente noto per i contratti multimiliardari con i costruttori d’armi, in questa circostanza stipula innovativi contratti in cui, ad essere pagate, non sono le forniture ai militari, ma le attività gestionali delle operazioni militari [84].
Alcune aziende – un gruppo ristretto – sono invitate a candidarsi per la fornitura di illimitato “supporto logistico” per le missioni militari americane: una descrizione estremamente vaga. Peraltro, il contratto non menziona una cifra in dollari; si assicura soltanto all’Azienda vincitrice che qualunque cosa avesse fatto per l’esercito, le spese sarebbero state coperte dal Pentagono, più un profitto garantito – noto come contratto cost plus. Questi sono gli ultimi giorni dell’Amministrazione Bush Senior, e l’Azienda vincitrice dell’appalto è non altri che la “Halliburton”. Come ha fatto notare T. Christian Miller, del “Los Angeles Times”, la “Halliburton” “ha battuto trentasei concorrenti per un contratto quinquennale: il che non sorprende, forse, essendo stata la stessa Azienda a elaborare i piani.” [85].

Con tale accordo quinquennale per appalti su scala mondiale per i corpi ingegneristici dell’esercito, “Kellogg Brown and Root”, affiliata di “Halliburton”, negli anni in cui Cheney è stato in carica a Washington, ha ricevuto dal Governo contratti per un valore di almeno 3,8 miliardi di dollari.
Insieme al consorzio americano “Bechtel”, “Halliburton” ha domato numerosi incendi sviluppatisi nei giacimenti petroliferi in fiamme durante la prima guerra del Golfo. Prima della seconda guerra del Golfo, su incarico dell’esercito, ha redatto uno studio su potenziali azioni di sabotaggio di giacimenti petroliferi. Il rapporto segreto è stato usato come base per un contratto di spegnimento e manutenzione che, senza alcuna firma, è stato assegnato alla “Kellogg Brown and Root”, e il cui valore è stato stimato dal “New York Times” in sette miliardi di dollari per due anni [27].
In soli cinque anni alla “Halliburton”, Cheney raddoppiò quasi la cifra che l’azienda riceveva dal Tesoro americano, da 1,2 a 2,3 miliardi di dollari, mentre aumentò di quindici volte l’ammontare dei prestiti federali e delle garanzie sul prestito [86]. E fu ricompensato lautamente per i suoi sforzi. Prima di diventare vicepresidente, Cheney “valeva tra i 18 e gli 81,9 milioni netti, dei quali tra 6 e 30 milioni erano in azioni della ‘Halliburton Co.’ […]. In tutto, Cheney ha ricevuto circa 1.260.000 opzioni sull’acquisto di titoli, di cui 100.000 già utilizzate, 760.000 riscattabili e 166.667 che diventeranno valide il prossimo dicembre [2000]” [87].

La spinta all’espansione dell’economia di servizio verso il cuore del Governo era, per Cheney, un affare di famiglia. Nei tardi anni Novanta, mentre trasformava le basi militari in filiali della “Halliburton”, sua moglie Lynne guadagnava stock options in aggiunta al suo salario come Membro del Consiglio d’Amministrazione della “Lockheed Martin”, il più grande appaltatore mondiale nel settore della Difesa.
Gli anni trascorsi da Lynne nel cda, dal 1995 al 2001, coincidono con un periodo chiave di transizione per aziende come la “Lockheed” [88]. La Guerra fredda è finita, le spese per la difesa calano rapidamente, e queste aziende, i cui budget consistono quasi interamente in contratti con i Governi per gli armamenti, hanno bisogno di un nuovo modello di business. Alla “Lockheed Martin” e presso le altre aziende produttrici di armi emerge una strategia fondata sul perseguire aggressivamente un nuovo settore d’interesse: gestire il Governo, dietro pagamento.
A metà degli anni Novanta, la “Lockheed Martin” inizia a prendere il controllo delle divisioni informatiche del Governo americano, occupandosi dei sistemi computerizzati e di una cospicua fetta della elaborazione dei dati [89]. In gran parte sotto gli occhi dell’opinione pubblica, l’azienda si spinge così oltre che, nel 2004, il “New York Times” scrive: “La Lockheed Martin non governa gli Stati Uniti. Ma contribuisce a gestirne una parte straordinariamente grande […]. Organizza la vostra posta e computa le vostre tasse. Firma gli assegni della sicurezza sociale e gestisce il censimento degli Stati Uniti. Organizza i voli spaziali e monitora il traffico aereo. Per fare tutto ciò, la Lockheed scrive più codice informatico della Microsoft” [90].
Un team di marito e moglie molto potente. Mentre Cheney spinge la “Halliburton” a prendere il controllo dell’infrastruttura bellica all’estero, Lynne aiuta la “Lockheed Martin” a controllare la gestione ordinaria del Governo in patria.

L’8 Marzo 2003, due settimane prima dell’inizio dei conflitti, la “Kellogg Brown and Root” ha ottenuto dall’esercito americano un contratto del valore di 490 milioni di dollari, inerenti alla ristrutturazione dei pozzi petroliferi alla fine della guerra [26]. “E questo è solo l’inizio. Con questa guerra, Halliburton si sta guadagnando il pane in maniera idiota e vergognosa.”, ha affermato Pratap Chatterjee, dell’organizzazione “Corpwatch”. “Oltre alle prime misure di emergenza, la continua manutenzione dell’industria petrolifera irachena potrebbe arrivare a costare 1,5 miliardi di dollari.” [25]. Dalla fine del 2001 all’inizio di Aprile, la compagnia, secondo dati ufficiali, ha ricevuto dal Pentagono appalti per un valore di almeno 830 milioni di dollari: dalla costruzione e gestione di tendopoli ed insediamenti temporanei per i soldati americani in Afghanistan, Turchia, Kuwait, Georgia, Uzbekistan, Giordania e Gibuti, fino a un affare di 323 milioni di dollari per la costruzione e la gestione di una prigione destinata ad ospitare centinaia di detenuti sospettati di terrorismo nella baia di Guantanamo.

Nel Kuwait, dall’estate del 2002, almeno 1800 dipendenti della “Kellogg Brown and Root” sono occupati ad organizzare per le forze di occupazione americane recinti di filo spinato, alloggi, servizi di lavanderia, bar, fast food, campi di pallavolo ed altre amenità del genere. Alla base c’è il contratto di dieci anni, valido in tutto il Mondo, di nome “LOGCAP”.
Ma non è tutto: Dick Cheney percepisce una pensione di circa un milione di dollari all’anno, elargita dal suo ex datore di lavoro. Nel suo Ministero si avvicendano anche numerosi nomi di punta dell’azienda e viceversa. “Halliburton è un modello di nepotismo di prima grandezza, al cui interno vige il principio ‘una mano lava l’altra’.”, afferma Pratap Chatterjee [25].
In Iraq, dopo la guerra, “Halliburton” è diventata uno dei nomi di punta per quanto riguarda l’esplorazione, l’estrazione e la manutenzione dei giacimenti petroliferi; è con la guerra in Iraq che il gigante del petrolio realizza il colpo grosso. Il Direttore Generale di “Halliburton”, David Lesar, nel rapporto annuale del 2004 della Società con sede a Houston, Texas, scrive che il complesso petrolifero, nonostante molte difficoltà, è messo meglio che mai: “Mi piace ciò che vedo dalla mia scrivania.”.
La “Halliburton”, infatti, è riuscita a mettere in porto contratti per 7,1 miliardi di dollari, di cui 1,9 miliardi per il progetto “Restore Iraqi Oil” (“RIO”), appaltato ad “Halliburton” senza alcun concorso, evento che avrebbe fatto accusare la stessa azienda di corruzione e, successivamente, di una serie di imputazioni come quella di aver presentato all’esercito statunitense in Iraq conti esorbitanti per i rifornimenti; i pagamenti per razioni alimentari mai arrivate sul piatto dei soldati sarebbero finiti direttamente al Pentagono e la benzina ed il diesel per le truppe motorizzate sarebbero state importate dal Kuwait e maggiorate nel prezzo [36]. Senza dimenticare che “la Halliburton, attraverso le affiliate europee, vendeva componenti di ricambio all’industria petrolifera irachena, nonostante le sanzioni dell’ONU.” [38]. Il giornalista Dan Briody, da anni attivo in ricerche sul complesso militare-industriale statunitense, evidenzia le continue contraddizioni nel comportamento di Dick Cheney, il quale “ha comandato la guerra contro l’Iraq come Ministro della Difesa, poi, come Direttore Generale della Halliburton, ha sostenuto la ricostruzione dell’industria petrolifera irachena per poi, come Vicepresidente americano, tornare all’attacco dell’Iraq. Il grado di cattiveria di Saddam Hussein dipende, evidentemente, dal lato del continuum economia-governo in cui ci si trovi in quel momento.” [37].

Il 7 Ottobre 2001 George Bush decide di spedire i suoi soldati in guerra contro Bin Laden ed i suoi alleati, i talebani.
Il Presidente degli Stati Uniti d’America si fa vedere trenta minuti dopo l’inizio dei primi attacchi aerei sull’Afghanistan dalla “Treaty Room” della Casa Bianca e promette: “Non falliremo. La pace e la libertà saranno vincitrici.”. L’operazione “Enduring Freedom” (Libertà Duratura) ha inizio 26 giorni dopo l’11 Settembre 2001 e vede gli Stati Uniti lavorare a stretto contatto con le truppe dell’“Alleanza del Nord”, gli avversari afgani dei talebani.

Nei mesi seguenti, l’attenzione dei principali mass media inizia a focalizzarsi sull’Afghanistan e sullo strano regime dei talebani che, fino a quel momento, avevano governato il Paese. Iniziano quindi a venire alla luce alcuni affari relativi al petrolio che iniziano a causare non poco imbarazzo alla “Unocal”, compagnia petrolifera californiana con sede a Sugarland, in Texas, paese di nascita del Presidente George Walker Bush [32]. Il 14 Settembre la “Unocal”, messa alle strette, si vede costretta a diffondere un comunicato stampa dal titolo: “La presa di posizione dell’Unocal: la società non appoggia in nessun modo i talebani.” [28].
Emergono alcuni retroscena riguardanti la Compagnia che, a metà del anni Novanta, si trova ad affrontare una forte crisi di identità. Nel 1994 la “Unocal” aveva perso 153 milioni di dollari e doveva trovare il modo di rientrare in attivo; il direttore dell’azienda decide, dunque, di giocare il tutto per tutto ed annuncia che la “Unocal” sarebbe diventata, in breve tempo, “La più grande azienda per le risorse energetiche del Mondo.”.
La chiave per raggiungere questo imponente ed ambizioso traguardo era recarsi là dove nessuno osava mettere piede, “l’Afghanistan era il luogo giusto”, scrive Steve Coll, giornalista del “Washington Post” nel suo libro sulla guerra in Afghanistan “Ghosts Wars” [29], per il quale, nel 2005, vince il premio Pulitzer. Si trattava di un’idea piuttosto ardita: il trono del presidente turkmeno Saparmurat Niyazov si trovava sopra un vero e proprio mare di petrolio, 32 miliardi di barili, e su enormi giacimenti di gas.
Egli non voleva utilizzare la rete di oleodotti russi, perché riteneva che non fosse possibile fare buoni affari con Mosca; un oleodotto che passasse per l’Iran non era pensabile, perché un simile progetto non avrebbe trovato l’approvazione americana. Al contrario, il progetto di un oleodotto che trasportasse petrolio e gas dall’Asia centrale senza attraversare i territori russi ed iraniani avrebbe trovato l’appoggio di Bill Clinton [32].
“La politica statunitense doveva affrettarsi ad appoggiare l’estrazione di riserve energetiche del Caspio […]. Ci siamo mossi in questa direzione in particolare per accelerare il processo di indipendenza di queste regioni e per rompere il monopolio russo sul trasporto di greggio dalla Regione, ma anche per garantire all’Occidente, attraverso la diversificazione, un approvvigionamento energetico sicuro”, dichiarò Sheila Heslin, esperta del settore energetico del “National Security Council” (Consiglio di Sicurezza Nazionale) della Casa Bianca [30].
La “Unocal” propone due itinerari, avrebbe trasportato petrolio e gas dai giacimenti del Turkmenistan sud-orientale al Pakistan, passando per l’Afghanistan occidentale e meridionale, facendo nascere, così, il consorzio “CentGas”. I soci del nuovo gruppo firmano ad Ashgabat un contratto preliminare con Saparmurat Niyazov, che prevede la costruzione di un oleodotto per il petrolio e di uno destinato al gas, per un costo pianificato di 8 miliardi di dollari.

Nel 1995 Niyazov si reca a New York in occasione dell’anniversario della fondazione delle Nazioni Unite, per partecipare ai festeggiamenti nel quartiere generale dell’ONU, sull’East River, a Manhattan. Niyazov ritiene che la “Unocal” debba pubblicizzare l’oleodotto “CentGas” ed i suoi desideri sono esauditi da Henry Kissinger, il quale, in una sala per banchetti affittata per l’occasione, nel suo discorso, pone l’accento sul progetto “CentGas”, “il trionfo della speranza sull’esperienza.”.
I rapporti tra il Governo statunitense e Saparmurat Niyazov si fanno sempre più saldi, quindi la “Unocal” non si preoccupa più di tanto quando, nel 1998, i talebani prendono Kabul divenendo la forza dominante del Paese.
Secondo Richard Keller, direttore dell’“Unocal Pakistan Ltd.”, la conquista di Kabul da parte dei talebani è da considerarsi, addirittura uno “sviluppo positivo.” [32].

Uno dei primi passi di George Walker Bush da Presidente degli Stati Uniti d’America è incaricare il Vice Presidente Dick Cheney di redigere un piano d’azione per la politica energetica; piano pronto nel Maggio del 2001.
La relazione al Presidente, nella quale è evidenziata una grave crisi energetica, contiene anche un avviso: “Entro i prossimi vent’anni l’America sarà costretta a importare i due terzi del suo fabbisogno di greggio: di conseguenza si entrerà in una fase di forte dipendenza da potenze straniere, che non avranno necessariamente in testa gli interessi americani.” [33].
Il rapporto accenna anche alcuni suggerimenti rispetto alla direzione da prendere e, nell’ottavo capitolo, la Casa Bianca viene invitata “nel campo della politica estera e dei rapporti commerciali con l’estero, a dare priorità alla sicurezza nell’approvvigionamento energetico” e ad incoraggiare gli Stati come quelli del Golfo ad aprire i propri settori energetici ad “investimenti privati”. Nel rapporto alla Casa Bianca l’Iraq non viene mai menzionato, ma in un discorso tenuto a Nashville, Tennessee, il Vicepresidente degli Stati Uniti d’America, nonché, è bene ricordarlo, ex Direttore della “Halliburton”, Dick Cheney, parla apertamente dell’Iraq e di Saddam Hussein, sottolineando in particolare il pericolo che quest’ultimo possa aspirare nuovamente ad una posizione di egemonia nel golfo e dunque abbia l’ambizione di “prendere sotto il proprio controllo buona parte delle riserve energetiche mondiali” [34].

La rivista “The New Yorker” è una delle poche a sottolineare un fatto interessante ma, stranamente, passato inosservato: “Il discorso di Cheney è stata una delle ultime occasioni nel corso della quale un membro dell’Amministrazione Bush ha ammesso un legame tra politica energetica e politica di sicurezza. In seguito le dichiarazioni si sono accordate a quella del Ministro della Difesa Donald Rumsfeld, secondo cui la decisione di far capitolare Saddam non ‘aveva nulla a che vedere con il petrolio, assolutamente nulla’.” [35].

Ma se non il petrolio, quali sono state allora le ragioni di questa guerra? Le argomentazioni americane sostengono prima l’importanza del disarmo di Saddam Hussein e dell’annientamento del suo arsenale di armi per la distruzione di massa, per passare poi alla necessità di un cambiamento di regime, quando appare evidente che nel Paese non c’è traccia di un simile armamento. In seguito, l’attenzione dell’opinione pubblica viene dirottata in quella che, con l’emanazione di provvedimenti che calpestano di fatto tutti i principi base del diritto internazionale e della libertà individuale, quali lo “USA Patriot Act”, a tutti gli effetti diviene una vera e propria “guerra al terrore”.

Prima della Guerra, all’interno dell’Amministrazione americana si combatte un’altra guerra, la “War behind Closed Doors” [39], la “guerra di gabinetto”.
All’interno dell’Amministrazione conservatrice di George Walker Bush, tre scuole di pensiero litigano tra loro. L’allora Vice Ministro della Difesa Paul Wolfowitz ed i neo-conservatori ritengono che l’America sarebbe stata al sicuro solo quando il resto del mondo fosse diventato uguale a lei. L’apertura dei mercati di questo resto del mondo alle merci americane e la possibilità di sfruttare le materie prime locali da parte di società americane è un piacevole beneficio collaterale di questa strategia. Questo gruppo, dunque, promuove l’invio in Iraq di un potente esercito a cui sarebbero seguiti generosi programmi di ricostruzione, secondo l’esempio del “Piano Marshall”.
Gli assertive nationalists, ovvero i “nazionalisti dichiarati”, come il Ministro della Difesa Donald Rumsfeld ed il Vice Presidente Dick Cheney, non condividono questa visione ambiziosa e dispendiosa dal punto di vista economico: per servire al meglio gli interessi della sicurezza americana era necessario eliminare i potenziali fattori di pericolo. Per i nazionalisti dichiarati l’obiettivo di un intervento americano in Iraq non è tanto la creazione di un paradiso democratico, l’interesse di questo gruppo per un processo di democratizzazione in Iraq dopo la terza Guerra del Golfo era altrettanto scarso di quello di democratizzazione del Kuwait dopo la seconda Guerra del Golfo [40]. A Cheney, Rumsfeld e compagnia stavano a cuore soprattutto i vantaggi immediati che l’America avrebbe potuto ricavare da una guerra in Iraq: la creazione di importanti basi militari nella Regione, dalle quali, nel peggiore dei casi, intervenire nei paesi ricchi di petrolio quali Arabia Saudita e Kuwait e la possibilità di minacciare l’Iran, dove il petrolio è altrettanto abbondante.
Il terzo grupo è quello degli “internazionalisti”, “nazionalisti realisti”, “realisti conservatori” o come si voglia chiamare gente come Colin Powell o Condoleezza Rice, secondo cui l’impiego della violenza è giustificato solo di fronte ad una monaccia diretta degli interessi americani. Questo gruppo vuole dare al mondo intero una giustificazione morale della guerra, aspirando ad una legittimazione internazionale. Ecco spiegate anche le ragioni dell’entrata in scena di Powell davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 5 Febbraio 2003.

La guerra dietro le porte del gabinetto è vinta, come noto, dall’alleanza tra neocons e nazionalisti dichiarati: hanno inizio i bombardamenti e l’invasione dell’Iraq.

Karl Marx, dopo il colpo di Stato del nipote di Napoleone Bonaparte del 1851, nota, in relazione con il golpe di Napoleone del 1799, che tutti i grandi avvenimenti della storia “avvengono, per così dire, due volte […]. La prima come tragedia, la seconda come farsa.” [41]. Per quanto ci riguarda, siamo arrivati al tempo della farsa, “il disarmo dell’Iraq”, la “liberazione del popolo iracheno” e la “difesa del mondo contro un serio pericolo”, come tiene a sottolineare in televisione il presidente Bush poco dopo l’inizio della guerra.
Thomas Kleine-Brockhoff, corrispondente di “Die Zeit” a Washington, dichiara che, sebbene inizialmente fossero divisi sul da farsi, “rispetto alla questione del dopoguerra sono tutti uniti, nè i neocons, nè gli assertive nationalists e nemmeno gli ‘internazionalisti’ credono alla tesi del Nation Building.” [42].

L’esercito americano piazza un paio di carri armati M-1-Abrams di fronte al palazzone di cemento di 10 piani sede del Ministero del petrolio, che si trova un paio di chilometri fuori dal centro di Baghdad. L’Air Force statunitense evita opportunamente di bombardare l’edificio, come era avvenuto con il Ministero della Pianificazione ed ai soldati è dato ordine di evitare i saccheggi, autorizzati, invece, negli ospedali, nei musei e nella biblioteca nazionale. L’edificio racchiude infatti la chiave del principale tesoro della nazione: mappe dei giacimenti petroliferi, dati sugli oleodotti, contratti. Dopo la Guerra, come nel 1991, gli americani sperano di poter finanziare il conflitto utilizzando i proventi iracheni dal petrolio. Le società amercane “Halliburton”, la sua consociata “Kellogg Brown and Root”, la “Bechtel” e tutte le altre, ottengono gli appalti, l’Iraq paga [43].
Come disse anni fa il Generale William Looney, a capo delle forze anglo americane che volano sopra l’Iraq quasi tutti i giorni: “Se accendono i loro radar noi faremo saltare in aria i loro fottuti missili. Lo sanno che possediamo il loro paese e il loro spazio aereo… Siamo noi che dettiamo il loro modo di vivere e di parlare, e questo è ciò che al momento c’è di grandioso parlando dell’America. E’ una cosa buona, specialmente visto che lì c’è un sacco di petrolio di cui abbiamo bisogno.” [44].

Se ci fosse qualche motivo per essere sospettosi delle vere intenzioni della Casa Bianca in merito all’Iraq, certamente il fatto che il vicepresidente Cheney abbia tenuto segreti incontri di governo a porte chiuse con i leader dell’industria energetica dovrebbe almeno far sollevare il sopracciglio a qualche appartenente al mondo dei media: perchè quei meeting sono avvenuti immediatamente dopo aver ricevuto il suo incarico; sono stati fatti allo scopo di progettare le future iniziative dell’America nel campo dell’energia. E poi, nonostante i continui sforzi dei membri del Congresso di rendere pubblici quegli atti, Cheney si è sempre rifiutato di rilasciare i verbali delle discussioni, oltre ai nomi dei partecipanti e delle società [13].

Dopo l’11 Settembre 2001, sono in molti i teorici del complotto che arrivano a supporre che la guerra in Afghanistan si tratti di un’operazione di tipo “false flag”, pianificata dallo stesso Governo statunitense ben prima dell’11 Settembre 2001, che trova nella realizzazione dell’oleodotto uno dei motivi principali per la realizzazione di un auto-attentato di simili proporzioni. Il libro uscito in Francia il 14 Novembre 2001, due mesi dopo gli attentati, intitolato “Ben Laden: La vérité interdite” [31], suscita, con simili sospetti, l’interesse del pubblico.


Nati con la camicia


“Signori si nasce e io, modestamente, lo nacqui.”

Siamo uomini o caporali, ITA 1955, di Camillo Mastrocinque
Bisogna proprio essere fortunati per fare 4 miliardi di dollari con un bel colpo su un investimento di 6 mesi da 124 milioni di dollari. Larry Silverstein è il magnate immobiliare newyorkese che acquistò l’intero complesso del “World Trade Center” proprio 6 mesi prima degli attacchi dell’11 Settembre 2001. Quella fu la prima volta che nei 33 anni di storia del complesso vi fu un cambio di proprietà.
Il primo ordine del giorno di Mr. Silverstein in qualità di nuovo proprietario fu di sostituire la compagnia responsabile della sicurezza del complesso. La nuova compagnia che venne ingaggiata fu la “Securacom” (ora “Stratesec”). Il fratello di George W. Bush, Marvin Bush, era nel Consiglio d’Amministrazione, e il cugino di Marvin, Wirt Walzer III, ne era il Direttore Generale. Secondo documentazioni pubbliche, la “Securacom”, non solo forniva sicurezza elettronica al “World Trade Center”, ma forniva copertura al “Dulles International Airport” e alla “United Airlines”, due protagonisti chiave negli attacchi dell’11 Settembre 2001.
La compagnia era appoggiata da una società d’investimenti, la “Kuwait-American Corp.” (“KuwAm”), anch’essa legata per anni alla famiglia Bush. La “Kuwait-American Corp.” fu legata finanziariamente alla famiglia Bush fin dalla Guerra del Golfo. Uno dei direttori e membro della famiglia reale del Kuwait, Mishal Yousef Saud al Sabah, fece parte del consiglio della “Stratesec”.Facciamo ora una considerazione: i membri di un’esigua cricca possedevano il “World Trade Center”, ne controllavano la sicurezza dei sistemi elettronici, e anche la sicurezza non solo di una delle linee aeree i cui velivoli vennero dirottati l’11 Settembre 2001, ma dell’aeroporto dal quale provenivano. Un’altra piccola “coincidenza”, Mr. Silverstein, che diede un acconto di 124 milioni di dollari su questo complesso da 3,2 miliardi di dollari, lo assicurò prontamente per la cifra di 7 miliardi di dollari. Non solo, assicurò il complesso contro “attacchi terroristici”. A seguito degli attacchi, Silverstein presentò due richieste di indennizzo per la cifra massima della polizza (7 miliardi di dollari), basate, secondo il parere di Silverstein, su due attacchi separati.La compagnia assicurativa “Swiss Re”, diede a Mr. Silverstein un risarcimento di 4.6 miliardi di dollari, un principesco compenso per un investimento relativamente misero di 124 milioni di dollari. C’è dell’altro. Vedete, le “World Trade Towers” non erano proprio quell’affare immobiliare che siamo portati a credere. Da un punto di vista economico, il “World Trade Center” – sovvenzionato fin dall’inizio dal “New York Port Authority” – non ha mai funzionato, nè si intendeva farlo funzionare, indifeso nel disordinato mercato immobiliare. Come non faceva a esserne al corrente il Gruppo Silverstein? Le torri avevano bisogno di ristrutturazione e migliorie per un totale di 200 milioni di dollari, gran parte dell’ammontare relativo alla rimozione e rimpiazzo dei materiali edilizi dichiarati rischiosi per la salute fin già negli anni quando le torri vennero costruite. Era ben risaputo dalla città di New York che il “World Trade Center” era una bomba all’amianto.

Per anni il “Port Authority” trattò l’edificio come un vecchio dinosauro, cercando in diverse occasioni di ottenere i permessi per demolire la costruzione per motivi liquidità, mai concessi a causa dei risaputi problemi riguardanti l’amianto. Inoltre si sapeva benissimo che l’unico motivo per cui la costruzione stava ancora in piedi fino all’11 Settembre 2001 era perché sarebbe stato troppo costoso smantellare le “Twin Towers” piano per piano dato che al “Port Authority” venne impedito legalmente di demolire gli edifici. Il costo stimato per smontare le torri: 15 miliardi di dollari. Solo il materiale da impalcatura per l’operazione venne stimato sui 2.4 miliardi di dollari! In poche parole, le “Twin Towers” erano strutture condannate. Che cosa conveniente, quindi, quell’attacco “terroristico” che le ha demolite completamente [14].

Larry Silverstein, in data 24 Aprile 2001, ha stipulato quello che lui stesso ha definito “Il più grande affare della mia vita”: prendendo in affitto per 99 anni, alla modica cifra di 2,3 miliardi di dollari, le “Torri Gemelle” del “World Trade Center”. In questa impresa Silverstein non era solo: la “Westfield Holdings” quotata a Wall Street e controllata da Frank Lowy (il secondo uomo più ricco dell’Australia) si era aggiudicata gli enormi spazi commerciali del “World Trade Center”, offrendo altri miliardi di dollari. Ovviamente non a fronte di una pagamento sull’unghia. I due partner hanno dato alla “Port Authority” un deposito di 616 milioni di dollari, più 115 milioni all’anno (per 99 anni) e una percentuale mai resa nota sugli affitti. Solo gli uffici delle “Torri Gemelle” ammontano a 984.000 metri quadrati, quasi interamente locati fra i 40 e i 50 dollari annui a piede quadrato; più o meno, un milione di lire per metro quadrato all’anno. Quanto basta per dire che, detratti gli oneri finanziari e le ingenti spese di gestione, il signor Silverstein aveva di che ripagare il quasi secolare contratto firmato con la “Port Authority”. Ma c’è di più. Nell’intesa firmata ad aprile, è scritto a chiare lettere che il contratto perde di validità in un caso preciso: un attacco terroristico [15].


Put… tana!!


“Il segreto, la chiave per il successo, è la previsione, la capicità di vedere il futuro, agendo di conseguenza; ed è quello che io faccio, e questa è la verità.”

Two for the money, USA 2005, di D. J. Caruso

 

Tra il 6 ed il 7 Settembre 2001, furono comprate al “Chicago Board Options Exchange”, 4.744 opzioni della “United Airlines”. Opzioni “put”, che significano una scommessa sul ribasso imminente di quelle azioni. In pratica, le “put” si configurano come una vendita di titoli “allo scoperto”: uno vende titoli che non possiede, promettendo di consegnarli a una certa data, contando di comprarli quando saranno ribassati.
Sempre tra il 6 ed il 7 Settembre 2001, le opzioni “call” (cioè che scommettono sul rialzo dei titoli della “United Airlines”) trattate sul mercato di Chicago furono solo 396: i normali volumi di una giornata normale. Ad essere anormalo, quindi, era il volume delle azioni “put”, del 600 per cento superiore alla media di una giornata-tipo.
Il 10 dicembre, ancora a Chicago, qualcuno comprò 4.516 opzioni “put” dell’“American Airlines”, contro 748 opzioni “call” vendute quel giorno. Chi ha fatto queste operazioni conosceva precisamente quel che sarebbe accaduto alle due compagnie; si calcola che il guadagno di questi speculatori preveggenti ammonti a 9-10 milioni di dollari.Non basta. Anche la “Morgan Stanley” e la “Merril Lynch”, due banche d’affari che occupavano il ventesimo piano del “World Trade Center”, furono oggetto di simili speculazioni al ribasso.
Nei tre giorni precedenti l’attacco, qualcuno comprò 2.157 opzioni “put” della “Morgan Stanley”, con scadenza ad ottobre, e 12.215 opzioni “put” della “Merril Lynch”: in questo secondo caso, l’aumento del volume di vendite fu del 1.200 per cento.
Dopo la tragedia, le azioni delle due banche d’affari sono effettivamente cadute; per gli speculatori “che sapevano”, un profitto complessivo di 6-7 milioni di dollari.
Ma non basta ancora. Simili speculazioni al ribasso furono fatte sulla tedesca “Munich Re” e sulla svizzera “Swiss Re”: due compagnie assicurative che avevano assicurato molti inquilini delle due Torri.
Anche la francese “Axa” fu oggetto di una speculazione al ribasso: e la “Axa” è una finanziaria che teneva in portafoglio il 25 per cento delle azioni “American Airlines”.Dopo l’11 Settembre 2001, si disse subito che un’indagine seria su quelle speculazioni avrebbe portato alla mappatura della rete finanziaria di Al-Qaeda e di Osama Bin Laden: e chi se no poteva avere conoscenza anticipata dell’attacco? Gli esperti di finanza avvertirono che l’indagine sarebbe stata in ogni caso difficile, dato l’anonimato che protegge le transazioni sui mercati delle opzioni. Tuttavia, molte speranze erano poste su un programma di computer, chiamato “PROMIS”. E’ un software che consente di controllare “in tempo reale” le negoziazioni sui titoli, usato da agenzie finanziarie di tutto il mondo per la sua versatilità. Ed è noto che esiste una versione di “PROMIS” modificata per scopi investigativi, che consente quanto segue: “La polizia può digitare il nome di un sospetto o il numero di una carta di credito, e il software fornisce i particolari dei movimenti finanziari di quella persona.”. Così assicurava il canadese “Toronto Star” l’11 Ottobre 2001.

L’FBI, il Dipartimento della Giustizia e la CIA devono disporre del software: così ha ragionato Tom Flocco, un giornalista che ha pubblicato la sua indagine su Internet. Ed ha telefonato ai tre enti investigativi più celebri degli Stati Uniti, chiedendo: “Usate PROMIS? Lo stavate usando prima dell’11 Settembre, per vedere in diretta le transazioni in corso?”. FBI e Dipartimento della Giustizia hanno risposto di “avere interrotto” l’uso di “PROMIS”. L’addetto stampa della CIA Tom Crispell ha detto di più: l’uso da parte nostra del “PROMIS” “sarebbe illegale. Noi agiamo solo al di fuori degli Stati Uniti.”. Risposta di esemplare correttezza: la CIA non può occuparsi di affari interni, è un servizio di spionaggio per l’estero.
Il fatto è che le indagini sulla speculazione finanziaria preveggente si sono fermate proprio alla porta dell’Agenzia. Almeno una delle transazioni, è risultato, è stata fatta attraverso la “AB-Brown”, una finanziaria americana acquistata dalla “Deutsche Bank” nel 1999. E presidente esecutivo della “AB-Brown” era, fino al 1998, l’attuale numero tre della CIA. Si tratta di A.B. Krongard detto “Buzzy”. Questo personaggio, quando capeggiava la “AB-Brown”, aveva la responsabilità delle “relazioni coi clienti privati”. Un mestiere che lo metteva in rapporto con personalità fra le più ricche del mondo, i “clienti privati” anonimi a cui la banca fornisce una gestione personalizzata e molto riservata dei capitali.

La “AB-Brown” conserva ancora due milioni e mezzo di dollari guadagnati dall’anonimo speculatore che sapeva tutto prima, che il misterioso operatore non ha potuto incassare in tempo (dopo il disastro Wall Street e i servizi finanziari non hanno funzionato per quattro giorni), e che ora non osa incassare per non essere colto con le mani sul malloppo. “Buzzy” Krongard era in quella banca. Vi dirigeva la gestione dei patrimoni riservati ai ricchi “clienti privati”, ossia di quella categoria che può fare simili operazioni. La categoria, diciamolo, cui appartiene Osama Bin Laden.
E la CIA conosce molto bene Osama Bin Laden [16].

Adesso i malloppi così guadagnati giacciono nei forzieri, non ritirati. Sono 2.5 milioni di dollari per “United Airlines”; sono 4 milioni di dollari per “American Airlines”; sono 1,2 milioni di dollari per “Morgan Stanley”; sono 5,5 milioni di dollari per “Merril Lynch”. Totale 13,2 milioni di dollari solo per queste operazioni. Sono le uniche di cui si è accertata l’esistenza ma, molto probabilmente, ce ne furono molte altre, rimaste segrete al grande pubblico, ma niente affatto segrete agli inquirenti. Secondo Andreas Von Bulow, ex parlamentare tedesco responsabile a suo tempo della commissione di controllo dei servizi segreti tedeschi – citato da Tagesspiegel il 13 gennaio scorso – le speculazioni da insider trading pre-attentato raggiunsero il vertiginoso livello di 15 miliardi di dollari, coinvolgendo numerose borse, incluse alcune europee [17].

La versione ufficiale, passata alla storia col nome di “9/11 Commission Report”, pubblicata nel 2004 da una Commissione di inchiesta indipendente, istituita per volontà del Congresso americano, definita dal Presidente Thomas Kean e dal Vice Presidente Lee Hamilton “indipendente, imparziale, minuziosa e non-partitica.” e che, in quanto tale, non può che individuare nella figura di Philip Zelikow, collaboratore di Condoleezza Rice nel Consiglio Nazionale di Sicurezza nell’Amministrazione di George H. W. Bush quando i repubblicani erano all’opposizione ed inserito dallo stesso Bush nel Comitato di consulenza presidenziale sull’Intelligence estera, un “imparziale, minuzioso e non-partitico” Direttore Esecutivo [46], concluse che, benché molte operazioni di Borsa fossero “operazioni a prima vista molto sospette”, quelle relative alla “United Airlines” erano riconducibili ad “un singolo investitore istituzionale residente negli Stati Uniti senza alcun legame plausibile con Al-Queda”, mettendo così la parola fine ai sospetti di insider trading avanzati da molti “teorici del complotto“, fra cui l’ideatore dello scritto Prove di informed trading collegato all’11 Settembre, Kevin Ryan, che, non soddisfatto, il 18 Novembre 2010, ha realizzato il seguente articolo per il “Foreign Policy Journal”.

Subito dopo l’11 Settembre 2001 molti Governi avviarono delle indagini su un possibile insider trading legato agli attacchi terroristici di quel giorno. Inchieste analoghe vennero prese dai Governi di Belgio, Cipro, Francia, Germania, Giappone, Italia, Lussemburgo, Montecarlo, Olanda, Stati Uniti, Svizzera ed altri. Nonostante il chiaro interesse degli inquirenti, nessuna delle indagini portò ad un atto d’accusa. Questo perché si considerava poco plausibile l’ipotesi che le persone presumibilmente coinvolte in quei loschi affari potessero essere collegati a chi era accusato di aver commesso i crimini dell’11 Settembre.

Questo è un esempio della logica circolare spesso usata da chi ha concepito le versioni ufficiali dell’11 Settembre. Il ragionamento funziona così: se supponiamo di sapere chi furono i colpevoli (cioè “Al-Quaeda”, secondo la vulgata) e quelli che erano coinvolti negli affari non sembrano essere collegati a questi presunti colpevoli, allora l’insider trading non ha avuto luogo.

Questo è, in sostanza, quanto ha detto la Commissione sull’11 Settembre. Essa ha concluso che le “indagini approfondite” condotte dalla SEC e dall’FBI “non hanno portato alla luce alcuna prova che persone informate preventivamente degli attacchi abbiano ricavato profitto dalla compravendita di titoli.”. Essi intendevano dire che qualcuno aveva effettivamente tratto profitto da operazioni di Borsa, ma che, in base alla loro stessa presunzione di colpa, chi lo aveva fatto non era collegato a chi era colpevole di aver diretto gli attacchi. In una nota a piè di pagina, il rapporto della Commissione riconosceva “operazioni a prima vista molto sospette” ma affermava che quelle relative alla “United Airlines” erano riconducibili ad “un singolo investitore istituzionale residente negli Stati Uniti senza alcun legame plausibile con Al-Queda.” [47].

Riguardo all’insider trading, o come è più corretto chiamarlo tecnicamente “informed” trading, lo stesso rapporto della Commissione era sospetto per diverse ragioni. Primo, le operazioni relative all’11 Settembre hanno riguardato molti più titoli azionari di quelli delle sole compagnie aeree. E’ stato riconosciuto il legame tra operazioni dubbie sulle azioni di compagnie finanziarie e di compagnie assicurative, così come su altri canali di finanziamento. Sono implicate anche ingenti transazioni via carta di credito, realizzate appena prima degli attacchi. In definitiva, la Commissione ha provato a spiegare tutte queste operazioni molto sospette come una serie di malintesi. Tuttavia, la possibilità che così tanti esperti finanziari di alto livello si siano totalmente sbagliati è, nel migliore dei casi, dubbia; e, qualora fosse vera, rappresenterebbe un altro incredibile scenario nella già improbabile sequenza di eventi data dalla storia ufficiale dell’11 Settembre.

Negli ultimi anni, nuove prove sono venute alla luce. Nel 2005 e 2010, esperti di finanza di diverse università hanno trovato, grazie alle analisi statistiche, nuove prove che alcuni casi di informed trading collegati all’11 Settembre sono avvenuti. Inoltre, nel 2007, la Commissione sull’11 Settembre ha reso pubblica una sintesi del memorandum sulle indagini dell’FBI alla base del suo rapporto [48]. Un attento esame di questo documento indica che alcune delle persone che erano state indagate per un breve periodo dall’FBI, e poi assolte senza la dovuta attenzione, avevano legami con Al-Queda e con le agenzie di intelligence USA. Nonostante il tempo trascorso tra l’informed trading e queste nuove conferme rappresentasse un impedimento per procedere con azioni legali contro i colpevoli, i fatti possono aiutarci ad arrivare alla verità sull’11 Settembre.

Prime avvisaglie

Nella settimana successiva agli attacchi, l’autorità di regolamentazione del mercato azionario tedesco, la BAWe, cominciò ad esaminare alcune denunce di transazioni sospette [49]. In quella stessa settimana, il Ministro degli Esteri italiano, Antonio Martino, espresse con chiarezza le proprie preoccupazioni dichiarando: “Credo che dietro questa speculazione sui mercati internazionali si nascondessero Stati ed organizzazioni terroristiche.” [50].

Nelle due settimane successive agli attacchi, la CNN riferì che le autorità di regolamentazione avevano riscontrato “segnali sempre più chiari” che qualcuno “avesse manipolato i mercati finanziari prima degli attacchi terroristici nella speranza di ricavarne profitto.”. Il Ministro della Finanza belga, Didier Reynders, dichiarò di avere forti sospetti che per le transazioni fossero stati impiegati i mercati britannici [51]. Si diffuse la notizia che la CIA avrebbe chiesto all’autorità di regolamentazione inglese di indagare su alcune operazioni [52]. Purtroppo, l’autorità britannica, “The Financial Services Authority”, abbandonò le indagini semplicemente scagionando “Bin Laden ed i suoi adepti dall’accusa di insider trading.” [53].

Al contrario, il Presidente della Banca centrale tedesca, Ernst Welteke, affermò che il suo istituto aveva condotto uno studio che rilevava con certezza “l’insider trading terroristico” collegato all’11 Settembre 2001. Egli dichiarava che i suoi ricercatori avevano trovato “prove quasi inconfutabili di insider trading.” [54]. Welteke insinuava che l’insider trading era stato riscontrato non solo nelle azioni di compagnie interessate dagli attacchi, come quelle aeree e di assicurazione, ma anche nei settori dell’oro e del petrolio [55].

L’entità dell’informed trading legato all’11 Settembre 2001 fu senza precedenti. Un consulente di “ABC News”, Jonathan Winer, disse: “E’ un fatto senza precedenti ritrovarsi davanti a casi di insider trading che interessano il mondo intero, dal Giappone agli Stati Uniti, al Nord America ed all’Europa.” [56].

Prima dell’Ottobre 2001, il “Chicago Board Options Exchange” (“CBOE” – Borsa di Chicago che tratta le opzioni) ed altre quattro Borse delle opzioni negli Stati Uniti si erano unite all’FBI ed alla commissione per i titoli e gli scambi (“SEC”) nello sforzo di indagare su una lista di 38 capitali, come pure su opzioni multiple e titoli del Tesoro, segnalati in relazione a possibili casi di informed trading. In quella occasione, il Presidente della SEC, Harwey Pitt, rilasciò una dichiarazione al comitato per i servizi finanziari della Camera, affermando che: “Faremo tutto ciò che è in nostro potere per scovare questa gente e portarla davanti alla giustizia.” [57].

Mary Bender, direttore dell’autorità di regolamentazione del CBOE, dichiarò: “Non abbiamo mai vissuto nulla del genere, [le borse che trattano opzioni stanno] usando gli stessi strumenti d’investigazione che utilizzeremmo noi in caso di insider trading. La questione è trovare le persone collegate a questi tremendi crimini.”.

I soggetti individuati, infine, includevano un cliente senza nome della “Deutsche Bank Alex. Brown” (“DBAB”). Si trattava di un’operazione sul capitale fatta dalla “United Airlines” (“UAL”), consistente in 2500 contratti di acquisto che furono, per qualche ragione, divisi in blocchi di 500 contratti ognuno e poi inviati a diverse Borse del Paese simultaneamente [58]. Quando la Commissione sull’11 Settembre parlava di “un singolo investitore istituzionale residente negli Stati Uniti senza alcun legame plausibile con Al-Queda”, si riferiva o a DBAB o ai suoi clienti in quella discutibile operazione.

Fin da allora, Micheal Ruppert ha scritto su DBAB, notando come la compagnia fosse stata in passato una finanziaria del “Carlyle Group” (gruppo che tratta gli interessi congiunti della famiglia Bush e di quella Bin Laden [45]) ed anche del “Brown Brothers Harriman”, entrambe società molto vicine alla famiglia Bush. Ruppert, inoltre, notò che “Alex. Brown”, l’azienda acquisita da “Deutsche Bank” e poi diventata “DBAB”, era amministrata da A. B. “Buzzy” Krongard, che se n’era andato da lì nel 1998 per entrare nella CIA come consigliere del Direttore George Tenet [59]. Alla metà degli anni Novanta, Kongard era stato anche consulente del precedente Direttore, James Woolsey e, l’11 Settembre 2001, era Direttore Esecutivo della CIA, la terza posizione per importanza all’interno dell’agenzia.

Compravendita di azioni e bond del Tesoro

Nel 2002, l’investigatore Kyle Hence riportò per iscritto le azioni incluse nella lista nel mirino della SEC. Quelli che rappresentavano gli esempi maggiori, per volume di scambi al di sopra della media, erano “UAL” [285 volte al di sopra della media], “Marsh and McLennan” (“Marsh”) [93 volte],“American Airlines” (“AMR”) [60 volte] e “Citigroup” [45 volte] [60]. Altre azioni segnalate includevano società finanziarie, compagnie legate alla Difesa ed alle compagnie di assicurazione “Munich Re”, “Swiss Re” ed il “Gruppo AXA”. Opzioni put per queste compagnie di assicurazione, o puntate sul fatto che le azioni sarebbero crollate, furono piazzate al doppio dei livelli normali negli ultimi giorni prima degli attacchi. Le autorità di regolamentazione erano preoccupate per le “ingenti operazioni” su questi titoli azionari perché le tre compagnie di assicurazione erano soggette al pagamento di miliardi per i danni subiti l’11 Settembre 2001 [61].

I quattro titoli azionari più sospetti per il volume degli scambi – “UAL”, “Marsh”, “AMR” e “Citigroup” – erano molto legati agli attacchi dell’11 Settembre 2001. Due aerei di entrambe le compagnie furono dirottati e distrutti. Gli uffici della “Marsh” erano proprio in 8 dei 110 piani della Torre Nord del “World Trade Center”, dove avvenne l’impatto del volo 11 e scoppiarono gli incendi. “Citigroup” era la società madre di “Travels Insurance”, che avrebbe dovuto ricevere 500 milioni di dollari di risarcimenti, e anche di “Salomon Smith Barney”, che occupava quasi 10 piani dell’edificio 7 del “World Trade Center”. Curiosamente, Donald Rumsfeld e Dick Cheney sedevano nel Comitato Consultivo di “Salomon Smith Barney” fino al Gennaio 2001.

“Marsh” occupava diversi piani anche nella Torre Sud. Qui cera l’ufficio del Dirigente della “Marsh”, L. Paul Bremer. Questi era stato Amministratore Delegato della “Kissinger Associates” e nel 2000 aveva appena lasciato la guida di una Commissione Nazionale sul terrorismo. Il “San Francisco Chronicle” notò che Bremer era stato tra i primi a sostenere che ricchi arabi stavano finanziando la rete terroristica di Osama Bin Laden. In un articolo sugli informed trading dell’11 Settembre 2001, il “San Francisco Chronicle” riportò che “l’ex Presidente della Commissione Nazionale sul terrorismo del dipartimento di Stato, L. Paul Bremer, sarebbe entrato in possesso all’inizio di quest’anno di stime segrete del Governo sui capitali di Bin Laden che confermano l’aiuto da parte di ricchi mediorientali.” [62].

L’11 Settembre 2001, Bremer fu intervistato da “CBS News”, a cui disse di credere alle responsabilità di Osama Bin Laden ed alla possibilità che anche Iraq ed Iran fossero coinvolti, ed invocò una durissima rappresaglia militare. Per ragioni sconosciute, “Google” rimosse il video dell’intervista dai suoi server per tre volte e lo bloccò in un caso [63].

Anche la compravendita dei bond del Tesoro subito prima dell’11 Settembre 2001 fu segnalata come sospetta. Inviati del “Wall Street Journal” hanno scritto che “secondo persone vicine agli inquirenti, i Servizi Segreti degli Stati Uniti avevano contattato diversi operatori in relazione a grossi acquisti di titoli del Tesoro a cinque anni precedenti agli attacchi. Gli investigatori, su consiglio degli operatori, stanno esaminando se terroristi, o persone affiliate con le organizzazioni terroristiche, hanno comprato titoli quinquennali, inclusa una singola compravendita di 5 miliardi.” [64].

Alcuni rapporti affermano che gli informed trading dell’11 Settembre 2001 furono tali da far fruttare milioni di dollari, alcuni dei quali non furono mai riscossi [62]. Altri documenti suggeriscono che le operazioni produssero un profitto di miliardi di dollari. Una simile segnalazione fu fatta dall’ex ministro della Tecnologia tedesco, Andreas von Buelow, secondo il quale il valore dell’informed trading era nell’ordine dei 15 miliardi di dollari [66].

Le indagini dell’FBI

Nel Maggio 2007, il documento della Commissione sull’11 Settembre che riassumeva le indagini FBI sui possibili informed trading legati agil attacchi fu desecretato [67]. Il documento fu editato per levare i nomi di due agenti dell’ufficio newyorkese dell’FBI e quelli di alcuni sospetti nelle indagini sull’informed trading. I nomi di altri agenti dell’FBI e di altri sospetti rimasero. Ciò nonostnte, dai documenti si può ancora ricavare qualche informazione utile a svelare le operazioni ed i sospetti.

Il 21 Settembre 2001, la SEC segnalò all’FBI due specifiche transazioni perché questa indagasse su possibili casi di informed trading. Una delle due operazioni fu l’acquisto, il 6 Settembre 2001, di 56.000 azioni di una compagnia chiamata “Stratesec” che, per qualche anno prima dell’11 Settembre 2001, aveva fornito servizi di sicurezza ad alcune delle strutture compromesse dagli attacchi. Le stesse che comprendono gli edifici del “World Trade Center”, l’aeroporto Dulles – da dove decollò il volo 77 dell’“American Airlines” – ed anche la “UAL”, proprietaria di due degli altri tre aerei precipitati.

Le 56.000 azioni interessate del titolo “Stratesec” furono acquistate da un Direttore dell’azienda, Wirt D. Walker III, e da sua moglie, Sally Walker. Ciò risulta chiaro dal memorandum che riporta la sintesi delle indagini dell’FBI [68]. I titoli “Stratesec” acquistati dai Walker raddoppiarono di valore in un solo giorno compreso tra l’11 ed il 17 Settembre 2001, ovvero quando la Borsa fu riaperta. Il memorandum della Commissione suggerisce che l’operazione fruttò ai Walker un profitto di 50.000 dollari. Purtroppo l’FBI non interrogò i coniugi e questi furono assolti da ogni imputazione perché fu dichiarato che non avevano “legame alcuno con il terrorismo o altra informazione di natura negativa.” [69].

In realtà, Wirt Walker era legato a persone collegate ad Al-Quaeda. Ad esempio, il direttore di “Stratesec”, James Abrahamson, era socio in affari di Mansoor Ijaz, che in più di un caso affermò di potersi mettere in contatto con Osama Bin Laden [70]. Inoltre, Walker strappò diversi dei dipendenti della “Stratesec” ad una società controllata dal “Carlyle Group”, la “BDM International”, che portava avanti progetti (in nero) segreti per agenzie governative. Il “Carlyle Group” era in parte finanziato dai membri della famiglia Bin Laden [71]. Il signor Walker amministrava diverse società sospette finite in bancarotta, compresa “Stratesec”, alcune delle quali erano finanziate da una compagnia con a capo un cugino dell’ex Direttore della CIA (e Presidente) George H. W. Bush. Inoltre, Walker era figlio di un dipendente della CIA ed il suo primo lavoro fu in una società d’investimento amministrata dall’ex guru dell’intelligence americana James “Russ” Forgan, dove lavorava con un altro ex direttore dell’agenzia, William Casey [72]. Chiaramente, anche Osama Bin Laden aveva legami con la CIA [73].

Un’altra operazione su cui ha indagato l’FBI, su richiesta della SEC, riguardava AmirIbrahim Elgindy, un consulente finanziario egiziano di San Diego che, il giorno precedente all’attentato, aveva, a quanto pare, provato a liquidare 300.000 dollari in azioni tramite il suo agente della “Salomon Smith Barney”. Durante il tentativo di liquidazione, Elgindy avrebbe “previsto che l’indice Dow Jones, che all’epoca si manteneva intorno ai 9.600, sarebbe presto crollato sotto i 3.000.” [74].

Il memorandum della Commissione sull’11 Settembre riporta che l’FBI non ascoltò mai neanche Elgindy e che aveva previsto di proscioglierlo perché non c’erano “prove che cercasse di occupare una posizione dalla quale avrebbe potuto trarre profitto dagli attacchi terroristici.”. Apparentemente, prevedere un calo precipitoso della Borsa, concentrato intorno ai fatti dell’11 Settembre 2001, non era una causa sufficiente perché l’FBI interrogasse il sospetto.

Verso la fine di Maggio 2002, Elgindy fu arrestato insieme ad altre quattro persone, tra cui un agente ed un ex agente dell’FBI, ed accusato di aver tramato per influenzare il prezzo dei titoli azionari e per estorcere il denaro ad alcune società. Gli agenti Jeffrey A. Royer e Lynn Wingate furono incolpati di aver “sfruttato il loro accesso ai database dell’FBI per monitorare l’andamento delle indagini ai danni di Elgindy.” [75]. Un Procuratore Federale, in seguito, avrebbe accusato Elgindy, che peraltro usava diversi pseudonimi, di essere stato a conoscenza degli attacchi prima dell’11 Settembre. Nonostante il giudice non concordasse con il Procuratore con l’accusa di informed trading dell’11 Settembre 2001, Elgindy finì per essere arrestato, nel 2005, per una serie di crimini, tra cui estorsione, frode finanziaria e falsa testimonianza.

L’ufficio di Boston dell’FBI indagò su operazioni di Borse relative a due società. La prima era la “Viisage Technologies”, un’azienda specializzata in riconoscimento facciale che trasse vantaggio dall’inasprimento della legge sul terrorismo. L’acquisto della “Viisage”, fatto da un ex dipendente della “Saudi American Bank”, “non rivelò alcuna connessione con l’11 Settembre 2001.”. Eppure, la “Saudi American Bank” fu citata in un’azione legale, intentata dalle famiglie delle vittime dell’11 Settembre 2001, per aver “finanziato progetti di sviluppo in Sudan a vantaggio di Bin Laden nei primi anni Novanta.” [76].

La seconda società indagata dall’ufficio di Boston dell’FBI fu la “Wellington Management”, che avrebbe gestito un grosso conto a nome di Osama Bin Laden. L’FBI accertò che l’azienda gestiva un conto a nome di “membri della famiglia di Bin Laden”, ma lasciò perdere l’indagine poiché non poteva collegarla ad “Osama, Al-Quaeda o al terrorismo.” [77].

Nonostante i legami con Al-Quaeda in tre di questi casi (Walker, l’acquirente di “Viisage” e “Wellington Management”) possano essere considerati circostanziali, la quantità di prove è impressionante. Le indagini dell’FBI, dato che i sospetti non furono neanche interrogati, rimasero dunque ben lontane dall’essere “approfondite”, come le bollò la Commissione sull’11 Settembre.

La sintesi delle indagini dell’FBI, divulgata dalla Commissione sull’11 Settembre, riportava anche le perplessità sollevate da quest’ultima sugli hard-disk danneggiati che avrebbero potuto essere recuperati dal “World Trade Center”. Tali dubbi furono il risultato di “inchieste giornalistiche [secondo le quali] ampi volumi di transazioni sospette sarebbero passati dai computer che si trovavano nel World Trade Center la mattina dell’11 Settembre, parte di un tentativo illecito, ma poco chiaro, di trarre profitto dagli attacchi.” [78]. La Commissione giunse alla conclusione che nessuna attività del genere aveva avuto luogo poiché “gli agenti dichiararono qui di non sapere del tentativo di recuperare gli hard-disk” e “tutto nel World Trade Center era stato praticamente polverizzato, alpunto da considerare davvero poco probabile la sopravvivenza degli hard-disk.”.

La verità, tuttavia, è che molti di questi hard-disk furono recuperti dal “World Trade Center” e furono spediti ad aziende specializzate perché fossero ripuliti e ne fossero estratti i dati. Una compagnia tedesca, la “Convar”, fece gran parte del lavoro di recupero.

Nel Dicembre 2001, la “Reuters” riportò che “la Convar aveva recuperato informazioni da 32 computer a sostegno dell’ipotesi di traffici loschi nel giorno del giudizio.”. Richard Wagner, un esperto nel ripristino di dati della “Convar”, affermò che “c’è il sospetto che alcune persone fossero a conoscenza del momento approssimativo dell’impatto degli aerei, così da spostare somme superiori ai 100 milioni di dollari. Essi credevano che le tracce di queste transazioni non potessero essere ritrovate, una volta distrutti i sistemi centrali.”. Il Direttore della “Convar, Peter Henschel, disse che non si trattava “solo del volume, ma dell’entità delle transazioni [che] era molto più alta del normale per un giorno come quello.” [79].

Verso la fine di Dicembre 2001, la “Convar” aveva esaminato 39 dischi su 81 e si aspettava di ricevere altri 20 hard-disk del “World Trade Center” entro la fine del mese successivo. E’ chiaro che il memorandum scritto nell’Agosto 2003 dalla Commissione sull’11 Settembre non fosse troppo affidabile, poiché riferiva che né essa stessa, né l’FBI fossero a conoscenza della situazione.

Conferme statistiche

Dato che l’FBI e la Commissione sull’11 Settembre ignorarono i legami dubbi tra le persone sospettate di informed trading come Wirt Walker e dichiararono, inoltre, nel 2003, di non sapere del recupero degli hard-disk, di dominio pubblico dal 2001, bisogna supporre che il loro lavoro di indagine sia stato davvero insufficiente. Oggi, comunque, siamo a conoscenza di vari articoli accademici, sottoposti a diverse revisioni, che hanno trovato prove valide dell’effettiva occorrenza di informed trading. Pertanto, studi scientifici hanno dimostrato che le conclusioni raggiunte dalle indagini ufficiali sono sbagliate.

Nel 2006, un Professore di Economia dell’Università dell’Illinois, Allen Poteshman, pubblicò un’analisi degli acquisti delle stock option di alcune compagnie aeree effettuati prima degli attacchi. In questo studio si arrivava alla conclusione che un indicatore del volume di opzioni long put era “insolitamente alto, cosa che fa pensare ad investitori informati che avrebbero fatto affari nel mercato delle opzioni prima degli attacchi.” [80]. Le long put sono scommesse sul crollo del prezzo di un titolo o di un’opzione.

Il volume insolitamente alto di long put sui titoli “UAL” e “AMR” acquistati prima del loro drammatico crollo, in seguito agli attacchi dell’11 Settembre 2001,è una prova che gli operatori sapevano che sarebbero andati a ribasso. Grazie a tecniche statistiche di valutazione delle distribuzioni condizionate ed incondizionate nella storia dell’attività di stock option, il Professor Poteshman dimostrò che i dati evidenziavano l’esistenza dell’informed trading.

Nel Gennaio 2010, un gruppo di esperti economici svizzeri pubblicò le prove di almeno 13 informed trading nei quali gli investitori sembravano essere già a conoscenza degli attacchi. Quello studio si limitava ad analizzare un numero limitato di società ma, tra quelle, gli informed trading si concentravano su cinque compagnie aeree e quattro finanziarie. Le prime erano “American Airlines”, “United Airlines” e “Boeing”. Tre delle società di credito coinvolte avevano gli uffici nelle torri del “World Trade Center”, e la quarta era “Citigroup”, che rischiava di perdere doppiamente: come società madre di “Travelers Insurance” e di un altro inquilino dell’edificio 7 del “World Trade Center”, la “Salomon Smith Barney” [81].

Più di recente, nell’Aprile 2010, una squadra internazionale di esperti esaminò le attività di compravendita delle opzioni sull’indice “Standard and Poor’s 500”, così come l’indice di volatilità di CBOE, VIX. I ricercatori mostrarono che c’era stato un aumento anomalo significativo nel volume degli scambi sul mercato delle opzioni subito prima degli attacchi dell’11Settembre 2001, e dimostrarono come la cosa fosse in contrasto con l’assenza di un volume di affari altrettanto anomalo per un lungo periodo prima degli attacchi. Lo studio mostrava, inoltre, che tale anomalia nel volume degli scambi non era semplicemente il risultato di un mercato in ribasso [82]. Le loro scoperte facevano “pensare a degli addetti ai lavori già a conoscenza degli attacchi dell’11 Settembre.”.

Conclusioni

Nei primi tempi dopo l’11 Settembre 2001, le autorità di regolamentazione di molti Paesi dichiararono di avere prove senza precedenti di informed trading legati agli attacchi terroristici di quel giorno. Il Presidente di una Banca Centrale (Welteke) disse che le prove erano inconfutabili: una di esse portò l’Autorità di Regolamentazione degli Stati Uniti ad impegnarsi solennemente, davanti al Congresso, a consegnare alla giustizia i responsabili. Quegli impegni non sono stati mantenuti perché chi era incaricato delle indagini ha scagionato i sospetti conducendo inchieste deboli e concludendo che nessun informed trading potesse aver avuto luogo, a meno che non fosse stato fatto personalmente da Osama Bin Laden o Al-Quaeda.

Le “indagini approfondite” condotte dall’FBI, sulle quali si basava il rapporto della Commissione sull’11 Settembre, erano chiaramente fittizie. L’FBI non interrogò i sospetti né, a quanto pare, confrontò le proprie carte con quelle della Commissione per cercare di determinare se alcune delle persone indagate potessero avere legami con Al-Quaeda. La sintesi del memorandum della Commissione suggerisce che l’FBI avesse deciso per conto proprio sui possibili legami tra i sospetti e le presunte organizzazioni criminali. Queste decisioni unilaterali erano inadeguate, se almeno tre degli informed trading dubbi (quelli di Walker, dell’acquirente di “Viisage” e di “Wellington Management”) coinvolgevano indiziati legati, con ogni probabilità, a Osama Bin Laden ed alla sua famiglia. Un altro sospetto (Elgindy) sarebbestato incarcerato qualche tempo dopo, ed era collegato direttamente ai dipendenti dell’FBI arrestati successivamente per crimini di natura finanziaria.

L’agenzia, inoltre, dichiarò, nell’Agosto 2003, di non essere a conoscenza di hard-disk recuperati dal “World Trade Center”, una notizia diffusa pubblicamente nel 2001. Secondo le persone che hanno recuperato tali dati, gli hard-disk contenevano prove di “traffici loschi nel giorno del giudizio.”.

Le prove di informed trading sull’11 Settembre 2001 includono molti strumenti finanziari, dalle stock option ai bond del Tesoro, a operazioni con carte di credito effettuate al “World Trade Center” poco prima che fosse distrutto. Oggi sappiamo che gli esperti economici di mezzo Mondo hanno fornito, grazie a tecniche statistiche comprovate ed affidabili, prove concrete che i loro primi sospetti fossero corretti e che gli informed trading sull’attentato ebbero in effetti luogo.

Questa gente sapeva già dei crimini dell’11 Settembre 2001 e ne trasse profitto. Quelle persone oggi sono tra di noi e le nostre famiglie e la nostra comunità sono a rischio di futuri attacchi terroristici e di speculazioni criminali, se non reagiamo. E’ il momento giusto per un’indagine indipendente ed interamente internazionale sugli informed trading e sugli operatori che trassero benefici dagli atti terroristici dell’11 Settembre2001.

 

Note e fonti:

[1] Di Marco Pizzuti, tratto da www.altrainformazione.it
[2] “Quando la famiglia Bin Laden faceva affari con la famiglia Bush”, di Giancarlo Radice, Corriere Della Sera, tratto da www.disinformazione.com
[3] “The Sorrows of Empire”, di Johnson, 178
[4] Lehman, che fu segretario della marina durante due amministrazioni Reagan firmò la lettera dello PNAC “Letter to President Bush on the War on Terrorism”, 20 Settembre 2001 (www.newamericancenturty.org)
[5] “Rebuilding America’s Defenses: Strategy, Forces and Resources for the New Century“, PNAC, 51
[6] Washington Post, 27 gennaio 2002
[7] The National Security Strategy of the United States of America, Settembre 2002 (disponibile su www.whitehouse.gov)
[8] L’unica affermazione da me trovata che vi si avvicina è quella della Commissione per cui “il Presidente notò che gli attacchi fornivano una grossa opportunità per coinvolgere Russia e Cina”, 330
[9] “Secretary Rumsfeld Interview with the New York Times”, New York Times, 12 ottobre 2001. Per l’affermazione della Rice vedi Chalmers Johnson, “The Sorrows of Empire: Militarism”, Secrecy, and the End of the Republic (New York: Henry Hold, 2004), 229
[10] Per un breve sommario di questo progetto si veda Grossman, Weapons in Space
[11] Paul O’Neill, il primo Segretario del Tesoro nell’amministrazione Bush-Cheney riferisce che un memorandum scritto dal Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, membro del PNAC, afferma che minacce alla sicurezza Usa vengono create dal fatto che poteri regionali ostili agli Stati Uniti si stavano “armando per dissuaderci”. Vedi Ron Suskind, The Price of Loyalty: George W. Bush, the White House, and the Education of Paul O’Neill (New York: Simon and Schuster, 2004), 81
[12] Bush firma il bilancio della difesa per la guerra quasi 500 miliardi, tratto da “La Repubblica” del 24 novembre 2003
[13] “Operazione oro nero”, di Jeremy Rifkin – tratto da www.disinformazione.it del 14/11/2002
[14] www.fourwinds10.com, traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LAURA, tratto da 11 Settembre 2001 – Immagini Eloquenti
[15] Torri Gemelle affittate per 99 anni, di Marco Magrini, Il Sole 24 Ore, tratto da www.disinformazione.it
[16] “11 Settembre: colpo di stato in USA”, di Maurizio Blondet, tratto da www.disinformazione.it
[17] “11 Settembre 2001: redditizie speculazioni alla vigilia”, di Giulietto Chiesa, tratto da 11 Settembre – Immagini Eloquenti
[18] www.emperors-clothes.com
[19] “Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sull’11 Settembre (e su tutto il resto) e non avete mai osato chiedere”, di Roberto Quaglia, originariamente scritto per la rivista online Delos.it ed aggiornato dall’Autore per “Tutto quello che sai è falso” – Manuale dei segreti e delle bugie”, a cura di Russ Kick, Editore Nuovi Mondi Media, 15
[20] “Guerre per il dominio globale – Progetto per un nuovo secolo americano”, di Michel Chossudovsky, scritto per “Tutto quello che sai è falso 2 – Secondo manuale dei segreti e delle bugie”, a cura di Russ Kick, 193, 194
[21] Chris Floyd, Bush’s Crusade for empire, Global Outlook, No. 6, 2003
[22] Tratto da Global Research
[23] General Tommy Franks calls for Repeal of US Constitution, November 2003, tratto da Global Research
[24] “Bush at War”, di Bob Woodward, Edizioni Simon and Schuster
[25] “Von Boston bis Bagdad”, in “Brand Eins”, Marzo 2003
[26] Tratto da www.derstandard.at
[27] “Il libro nero del petrolio – Una storia di avidità, guerra, potere e denaro”, di Thomas Seifert e Klaus Werner, Editori Newton and Compton, 264, 265
[28] Comunicato stampa disponibile sul sito della Compagnia www.unocal.com
[29] “Ghosts Wars – The Secret History of the CIA, Afghanistan and Bin Laden, from the Soviet Invasion to September, 10, 2001”, di Steve Coll, Editore Penguin Books
[30] “Talebani. Islam, petrolio e il grande scontro in Asia centrale”, di Ahmed Rashid, Editore Feltrinelli
[31] “Ben Laden: La vérité interdite”, di Jean-Charles Brisard e Guillaume Dasquié, Editore Denoel
[32] “Il libro nero del petrolio – Una storia di avidità, guerra, potere e denaro”, di Thomas Seifert e Klaus Werner, Editori Newton and Compton, 82-85
[33] “National Energy Policy – Report of the National Energy Policy Development Group”, testo integrale disponibile sul sito www.whitehouse.gov
[34] “Il libro nero del petrolio – Una storia di avidità, guerra, potere e denaro”, di Thomas Seifert e Klaus Werner, Editori Newton and Compton, 91
[35] “Beneath the Sand – Can a Shattered Country Be Rebuilt With Oil?”, “The New Yorker”, 14 Luglio 2003, di John Cassidy, disponibile online all’indirizzo www.newyorker.com
[36] “Houston, we still have a Problem – An Alternative Annual Report on Halliburton”, Corpwatch, Maggio 2005, tratto da www.halliburton.org e www.warprofiteers.com
[37] “The Halliburton Agenda – The Politics of Oil and Money”, di Dan Briody, Hoboken, New Jersey, Wiley and Sons, 2003
[38] “Cheney Led Halliburton to Feast at Federal Trough”, Royce, Knut e Nathaniel Heller, Public i (Center for Public Integrity), 2 Agosto 2000
[39] “The War behind Closed Doors. The People, the Clashes – and Ultimately the Grand Strategy behind George W. Bush’s Determination to Go to War with Iraq”, PBS, tratto da www.pbs.org
[40] Le donne del Kuwait ottengono il diritto al voto. Con 14 anni di ritardo dalla fine della Guerra del Golfo del 1991, le donne dell’emirato hanno ottenuto il 16 Maggio 2005 il diritto al voto
[41] “Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte”, di Karl Marx, in Karl Marx – Friedrich Engels, “Opere complete”, volume 1, Roma, Editori Riuniti, 1991, 105
[42] Intervista telefonica di Thomas Seifert a Thomas Kleine-Brockhoff, 24 Maggio 2005
[43] “Il libro nero del petrolio – Una storia di avidità, guerra, potere e denaro”, di Thomas Seifert e Klaus Werner, Editori Newton and Compton, 86-89
[44] “Guerra al terrorismo, l’ultima menzogna della propaganda”, di William Blum, scritto per “Tutto quello che sai è falso 2 – Secondo manuale dei segreti e delle bugie”, a cura di Russ Kick, 20
[45] www.skolnicksreport.com, www.whatreallyhappened.com, www.whatreallyhappened.com, www.rense.com, www.skolnicksreport.com, www.the1phoenix.net
[46] “Il rapporto della Commissione sull’11 Settembre”, di David Ray Griffin, scritto per “ZERO 2 – Le pistole fumanti che dimostrano che la versione ufficiale sull’11/9 è un falso”, a cura di Giulietto Chiesa, Edizioni Piemme, 93-116
[47] Commissione nazionale sugli attacchi terroristici agli Stati Uniti, “Rapporto della Commissione sull’11 Settembre”, Luglio 2004, p. 172 e capitolo 5, nota 130, http://govinfo.library.unt.edu
[48] Memorandum della Commissione sull’11 Settembre dal titolo “Rapportosulle operazioni in Borsa”, preparato da Doug Greenburg, 18 Agosto 2003, http://media.nara.gov
[49] Dave Carpenter, “Exchange examines odd jumps: Before attack: Many put options of hijacked planes’ parent companies purchased”, “The Associated Press”, 18 Settembre 2001, http://911research.wtc7.net
[50] “BBC News”, “Bin Laden ‘share gains’ probe”, 18 Settembre 2001, http://news.bbc.co.uk
[51] Tom Bogdanowicz e Brooks Jackson, “Probes into ‘suspicious’ trading”, CNN, 24 Settembre 2001, http://archive.org (il link non è disponibile, N.d.N.)
[52] James Doran, “Insider Trading Apparently Based on Foreknowledge of 9/11 Attacks”, “The Times”, 18 Settembre 2001, http://911research.wtc7.net (il link non è disponibile, N.d.N.)
[53] David Brancaccio, “Marketplace Public Radio”: News Archives, 17 Ottobre 2001, http://marketplace.publicradio.org (il link non è disponibile, ma la fonte è citata anche sul sito www.globalresearch.ca, N.d.N.)
[54] Paul Thompson e The Center for Cooperative Research, “Terror Timeline: Year by Year, Day by Day, Minute by Minute: A Comprehensive Chronicle of the Road to 9/11 – and America’s Response”, Harper Collins, 2004. Si trova anche in “History Commons”, “Complete 9/11 Timeline, Insider Trading and Other Foreknowledge”: www.historycommons.org
[55] “Associated Press”, “EU Searches for Suspicious Trading”, 22 Settembre 2001, www.foxnews.com
[56] “World News Tonight”, 20 Settembre 2001
[57] Erin E. Arvedlund, “Follow TheMoney: Terrorist Conspirators Could Have Profited More From Fall Of Entire Market Than Single Stocks”, Barron’s (Dow Jonesand Company), 6 Ottobre 2001
[58] Ibidem
[59] Michael C. Ruppert,”Crossing the Rubicon: the decline of the American empire at the end of the age of oil”, “New Society Publishers”, 2004
[60] Kyle F. Hence, “Massive pre-attack ‘insider trading’ offer authorities hottest trail to accomplices”, Center for Research on Globalisation (CRG), 21 Aprile 2002, http://globalresearch.ca
[61] Grant Ringshaw, “Profits of doom”, “The Telegraph”, 23 Settembre 2001, http://911research.wtc7.net
[62] Christian Berthelsen e Scott Winokur, “Suspicious profits sit uncollected: Airline investors seem to be lying low”, “San Francisco Chronicle”, 29 Settembre 2001, www.sfgate.com
[63] Lewis Paul Bremer III su “Washington, DC, NBC4 TV”, 11 Settembre 2001, Vehmgericht http://vehme.blogspot.com
[64] Charles Gasparino e Gregory Zuckerman, “Treasury Bonds Enter Purview of U.S. Inquiry Into Attack Gains”, “The Wall Street Journal”, 2 Ottobre 2001, http://s3.amazonaws.com
[65] Christian Berthelsen e Scott Winokur
[66] “Former German Cabinet Minister Attacks Official Brainwashing On September 11 Issue Points ot ‘Mad Dog’ Zbig and Huntington”, “Tagesspiegel”, 13 Gennaio 2002, www.ratical.org
[67] Memorandum della Commissione sull’11 Settembre
[68] Il memorandum della Commissione sull’11 Settembre che riassume le inchieste dell’FBI parla degli operatori coinvolti nell’acquisto “Stratesec”. Dai riferimenti nel documento possiamo ricavare che i due avevano lo stesso cognome ed avevano una relazione di parentela. Questo corrisponde alla descrizione di Wirt e Sally Walker, noti per essere azionisti di “Stratesec”. Inoltre, uno dei due (Wirt) era Direttore della società, Direttore di una public company in Oklahoma (“Aviation General”), e Presidente di una societànd’investimenti a Washington, DC (“Kuwam Corp”)
[69] Memorandum della Commissione sull’11 Settembre
[70] Mansoor Ijaz/Sudan, Sourcewatch, www.sourcewatch.org
[71] “History Commons”, “Complete 911 Timeline”, “Bin Laden Family”, www.historycommons.or
[72] Kevin R. Ryan, “The History of Wirt Dexter Walker: Russell and Co, the CIA and 9/11”, 911blogger.com, 3 Settembre 2010, http://911blogger.com
[73] Michael Moran, “Bin Laden comes home to roost: His CIA ties are only the beginning of a woeful story”, “MSNBC”, 24 Agosto 1998, www.msnbc.msn.com
[74] Alex Berenson, “U.S. Suggests, Without Proof, Stock Adviser Knew of 9/11”, “The New York Times”, 25 Maggio 2002, http://query.nytimes.com
[75] “History Commons”, “Complete 911 Timeline”, “Saudi American Bank”, www.historycommons.org
[76] Memorandum della Commissione sull’11 Settembre
[77] Ibidem
[78] Erik Kirschbaum, “German Firm Probes Final World Trade Center Deals”, “Reuters”, 16 Dicembre 2001, http://911research.wtc7.net
[79] Allen M. Poteshman, “Unusual Option Market Activity and the Terrorist Attacks of September 11, 2001”, “The Journal of Business”, 2006, vol. 79, n. 4, www.journals.uchicago.edu
[80] Marc Chensey et al., “Detecting Informed Trading Activities in the Options Markets“, “Social Sciences Research Network”, 13 Gennaio 2010
[81] Wing-Keung Wong et al., “Was there Abnormal Trading in the S&P 500 Index Options Prior to the September 11 Attacks?“, “Social Science Research Network”, 15 Aprile 2010
[82] Cassell Bryan-Low, “Cheney Cashed in Halliburton Options Worth $35 Million“, “Wall Street Journal”, 20 Settembre 2000
[83] Ken Herman, “Cheneys Earn $88 Million to Bushes, $735.000“, “Austin American-Statesman”, 15 Aprile 2006; “Investor Relations”, “Historical Price Lookup“, www.halliburton.com
[84] “Blood Money: Wasted Billions, Lost Lives and Corporate Greed in Iraq”, di T. Christian Miller, Little, Brown and Company Editore, 77-79
[85] “Shock Economy – L’ascesa del capitalismo dei disastri”, di Naomi Klein, Rizzoli Editore, 332
[86] “Bush Agenda: Invading the World, One Economy at a Time”, di Antonia Juhasz, Regan Books, New York 2006, 120
[87] Jonathan D. Salant, “Cheney: I’ll Forfait Options”, “Associated Press”, 1 Settembre 2000
[88] “Lynne Cheney Resings from Lockheed Martin Board“, “Dow Jones News Service”, 5 Gennaio 2001
[89] “Shock Economy – L’ascesa del capitalismo dei disastri”, di Naomi Klein, Rizzoli Editore, 334
[90] Tim Weiner, “Lockheed and the Future of Warfare“, “New York Times”, 28 Novembre 2004. Nota a piè di pagina: “City Looks at County’s Outsurcing as Blueprint“, di Jeff Mcdonald, “San Diego Union-Tribune”, 23 Luglio 2006