Risorse africane: l’estrazione dell’uranio e le sue conseguenze

L’interesse per l’uranio

ELEONORA COPPARONI

La scoperta della presenza di giacimenti di uranio in Africa risale al 1915, quando l’Union Minière du Haut Katanga ne trovò nella miniera di Shinkoloblue, nell’attuale Repubblica Democratica del Congo. La Société Generale Métallurgique de Hoboken cominciò presto ad estrarre uranio da tali luoghi e, dopo una chiusura temporanea del sito nel 1937, furono gli americani ad utilizzarlo durante la guerra.

Se i belgi estraevano uranio per la radioterapia, utile nella cura di alcuni tipi di cancrogli americani usarono l’uranio congolese per la costruzione delle bombe lanciate al Giappone alla fine della Seconda Guerra Mondiale. La miniera fu definitivamente chiusa dopo l’indipendenza del Congo belga, a causa degli alti prezzi di mantenimento e di nuovi progetti economici.

La domanda di uranio sul mercato internazionale è variata nel corso del temponegli anni della Guerra Fredda, in particolare negli anni ’60 e ’70, gli anni della corsa al nucleare, la domanda era molto alta. Fu proprio in quel periodo che molti Stati aprirono le loro miniere di uranio, come il Sudafrica, che cominciò ad estrarre nel 1955, nella zona di Witweterstrand, il Niger nel 1971 e la Namibia, la cui più famosa miniera, quella di Rössing, è attiva dal 1976 ed è stata utile al Sudafrica per la costruzione di sei bombe atomiche simili a quelle costruite dagli USA durante la Seconda Guerra Mondiale.

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Un drastico calo nella domandadovuto ad un repentino abbassamento dei prezzi, si verificò negli anni ’80 dopo gli incidenti di Three Mile Island e Chernobyl, avvenuti rispettivamente nel 1979 e nel 1986. Oltre alle due tragiche vicende appena citate, ci sono altri motivi che contribuirono alla perdita di appeal dell’uranio sul mercato mondiale. I costi elevati del processo estrattivo, il possesso di uranio derivante da armi atomiche smantellate e la fine della Guerra Fredda risultano esserne le ragioni principali. 

Negli ultimi anni, a partire dall’inizio del nuovo millennio, l’interesse per l’elemento radioattivo ha avuto un’impennata. I vari summit sull’ambiente e sul clima tenutisi in quel periodo hanno sensibilizzato la coscienza dei governi che hanno cercato metodi alternativi per la produzione di energia, tra questi, l’utilizzo dell’energia nucleare, per la produzione della quale l’uranio risulta indispensabile.

Anche l’incidente avvenuto a Fukushima ha compromesso in modo negativo la domanda e il prezzo dell’uranio, ma già dall’anno successivo si è assistito ad una lenta ma costante risalita. Per avere maggiori informazioni sulla strategia energetica del Giappone dopo il 2011 vedi “Fine di un’era o ritorno al nucleare? La sicurezza energetica del Giappone dopo Fukushima”

Oggi l’Africa produce il 18% dell’uranio presente al mondo, suddiviso tra Namibia, Niger, Malawi e Sudafrica. Proprio questi quattro Paesi vanno quindi analizzati per capire l’importanza del continente africano nella produzione di una delle materie prime più controverse.

I Paesi estrattori

Namibia

La Namibia è il maggiore estrattore africano e ospita l’8% dell’uranio presente sulla Terra. L’uranio namibiano si trova in superficie, risultando quindi economicamente conveniente da sfruttare, e in più, le miniere si trovano vicino ai porti, permettendone l’immediato trasposto via mare.

Il Paese ospita sul suo territorio due grandi miniere, la Rössing, la cui proprietà si divide tra Anglo Australian Multinational Rio Tinto Group, in possesso di quasi il 70%, il governo iraniano, che possiede il 15%, Industrial and Development Corporation of South Africa, con il 10% e un restante 3% di proprietà del governo namibiano. La seconda miniera, la Langer Heinrich, è interamente gestita dalla Paladin Energy, una compagnia australiana.

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A queste due grandi miniere vanno aggiunti i due siti in costruzione, quello di Trekkopje e quello di Valencia (le quali verranno messe in funzione solo quando il prezzo dell’uranio salirà ancora), e le numerosissime piccole miniere o miniere artigianali, le quali sono estremamente dannose per l’ambiente e il territorio (in quanto il controllo governativo già scarso nelle grandi miniere è in queste praticamente assente) e portano poco guadagno a livello nazionale. Al contrario le due grandi miniere attive hanno un forte peso sull’economia statale, grazie alle entrate delle tasse dei vari soci e alla creazione di posti di lavoro, stipendi e concessione di assicurazione sanitaria ai dipendenti.

Non mancano in ogni caso alcune debilitanti difficoltà: la scarsità d’acqua nell’Africa subsahariana ne rende problematica la reperibilità, e senza sufficiente acqua il processo estrattivo risulta impossibile; il flebile potere degli organi regionali non è in grado di coordinare la gestione delle miniere; la mancanza di infrastrutture adatte al passaggio di mezzi pesanti rende difficoltoso il trasposto via terra e l’eccessivo inurbamento delle zone intorno alle miniere ha reso i centri medici e scolastici inadeguati ad ospitare e servire il numero di persone ora presenti in tali aree. In ultimo, mancano le capacità del personale e le strutture governative idonee a gestire il lavoro e i lavoratori delle miniere, problema comune in tutto il continente, come vedremo in seguito.

Il Niger

Il 7% dei giacimenti di uranio si trova in Niger. Fino al 2007 Areva era in possesso del totale delle azioni di tutte le miniere del paese, oggi mantiene il ruolo di più grande investitore nella maggior parte di esse, in particolare nelle miniere di Somaïr e Kominak.

Areva è una multinazionale francese (la Francia possiede il 90% del capitale azionario), che si occupa di energia e in particolare di energia atomica; in Africa oltre che in Niger, è presente anche in Namibia, Gabon e Libia.

Il Malawi

Il Malawi è il terzo classificato a livello continentale e l’undicesimo a livello mondiale, e produce l’1,2% dell’uranio presente nel mercato internazionale. La Paladin Energy il maggior investitore del paese. Le prime scoperte di giacimenti in Malawi risalgono agli anni ’80, ma l’estrazione è iniziata solo nel 2009.

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Il Malawi ha molto risentito del calo dei prezzi dopo l’incidente di Fukushima ed ha visto infatti la Paladine Africa Limited, una sussidiaria della Paladin Energychiudere una grande miniera a Kayelekera nel 2014.

Il Sudafrica

Come detto precedentemente, l’estrazione di uranio nel paese iniziò nel 1955. Oggi il Sudafrica è il quarto Paese produttore nel continente africano, con un apporto del 1%, sul 18% totale a livello mondiale.

L’uranio in Sudafrica viene estratto dalle già esistenti miniere di oro e rame, ma la quantità che si trova in questo genere di giacimenti resta sempre esigua e solo compagnie domestiche, indiane e canadesi hanno ancora interessi ad investire in Sudafrica.

Emblematica per mostrare i problemi ambientali che l’estrazione di uranio può causare, è la devastazione che sta subendo la zona di Karoo, una vasta area semi-desertica che copre quasi un terzo della parte meridionale del Sudafrica. Gran parte dell’area è stata data in concessione alla Peninsula Energy, una compagnia australiana, per l’esplorazione e l’estrazione di uranio. La conseguenza più pesante è l’impossibilità di utilizzare le terre intorno alla miniera e, dopo che questa sarà dismessa, quelle in cui essa giaceva, per l’agricoltura: i materiali radioattivi infettano non solo le zone limitrofe, possono anche anche avere effetti sui terreni a lunghe distanze (si pensi al raggio di azione delle scorie di Chernobyl). Un ulteriore problema riscontrato riguarda la quantità d’acqua che sarebbe necessaria per l’estrazione, acqua che però non è presente in tali quantità, essendo il Karoo un zona semi-desertica. In più le riserve di acqua presenti risentono, così come i terreni, dell’inquinamento radioattivo derivante dall’Uranio, estremamente pericoloso per gli esseri umani.

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Il crescente interesse per l’uranio ha portato a nuove esplorazioni in varie zone del continenteAreva si è interessata alla Repubblica Centrafricana e alla Repubblica Democratica del Congo, la Russia ha firmato un accordo con la Nigeria che comprende anche alcune licenze esplorative, altri investimenti per la ricerca di uranio sono stati fatti in Botswana, in Tanzania e in Zambia.

Cosa c’è da fare

Negli ultimi anni molte ONG hanno aspramente criticato le grandi compagnie operanti nel settore dell’estrazione dell’uranioAreva è stata accusata di avere cattive relazioni con i Tuareg del Niger e di creare quindi dissidio tra questi e il governo, responsabile delle concessioni alla grande compagnia. Per l’Anglo Australian Multinational Rio Tinto Group le accuse sono simili, e riguardano l’impatto che il lavoro di questa può avere sulle popolazioni che risiedono intorno alla miniera di Rössing.

Ciò che risulta necessario è anzitutto la regolamentazione delle procedure di estrazione, per evitare problemi ambientali, e la stesura di leggi per la tutela della salute delle condizioni lavorative dei minatori. Alcuni Stati, in particolare quelli che hanno una lunga storia economica basata sull’estrazione di minerari hanno saputo operare in questo senso; la gestione di queste problematiche è risultata più semplice anche per gli stati che hanno miniere sotterrane, le quali necessitano di più tempo per essere attivate, così da concedere ai governi periodi più lunghi per legiferare sulle questioni ad esse correlate.

Quando i governi hanno tempo e modo di regolare tutti gli aspetti dell’estrazione mineraria, nella maggior parte dei casi non hanno poi sistemi di controllo che riescano a far rispettare le nuove norme. Infine, spesso i governi africani, felici di vendere quote delle miniere a compagnie straniere per la rendita derivante dalle tasse, si inimicano il popolo, che percepisce le compagnie come sfruttatrici.

Fonti e Approfondimenti:

Tratto da: lospiegone.com

Roberto Mora – ControInformo.info