Bin Laden

Nel 1932, sotto l’egidia del Re Abd al-‘Aziz ibn ‘Abd al-Rahman al-Faisal al-Sa’ud (conosciuto in Occidente come Abdulaziz ibn Saud), nasce il nuovo Regno di Arabia Saudita.
L’agente di commercio che rifornisce Abdulaziz di auto “Ford” e radio “Marconi”, e che si infiltra sempre più nella sua corte, avvicinando il Re ad usanze occidentali, è Harry St. John Bridger Philby [1]. Laureato con lode in lingue moderne nell’università di Cambridge, entrato nella pubblica amministrazione indiana ed, in seguito, trasferitosi in Iraq, decide ben presto di abbandonare la burocrazia britannica a causa di una sempre maggiore opposizione al Governo inglese [2].

Forse proprio lo scetticismo dimostrato nei confronti del Governo inglese – durante la Seconda guerra mondiale è arrestato perché accusato di fiancheggiare e promuovere la causa della Germania nazista – spinge il Re a scegliere Philby come consigliere personale per le trattative con europei ed americani; spetta a lui il compito di gestire i cruciali negoziati riguardanti le concessioni minerarie e petrolifere del Regno negli anni Trenta [3].
Nel 1933, la società petrolifera americana “Standard Oil Company of California” (“SOCAL”, in seguito divenuta “Chevron”), ha l’idea di iscrivere Philby sul suo libro paga; il successivo contratto petrolifero per cui fa da mediatore, garantisce non solo contanti nelle sue tasche [4], ma una fonte di introiti anche per il Re, da tempo indebitato con lo stesso Philby a cui deve pagare automobili e radio [5].

Per gestire i diritti petroliferi ottenuti dalla “SOCAL”, vede la luce un consorzio, fondato anch’esso nel 1933 da alcune compagnie petrolifere americane, chiamato “Arabian American Oil Company” (“Aramco”) che, ad oggi, risulta essere la più grande compagnia estrattiva del pianeta. Nel 1936, la “Aramco” è amministrata come join venture da “SOCAL” e “Texaco” (poi divenuta “Chevron-Texaco” ed, infine, “Chevron”), alle quali si aggiungono, nel 1948, “Standard Oil” e “Socony Vacuum Oil” (divenute entrambe “ExxonMobil”). La casa reale saudita, entra a far parte del consorzio nel 1973, con una quota del 25 %, cui fa seguito la completa nazionalizzazione della società solamente nel 1980 [6]; fino a quel momento, “Aramco”, di fatto controllata dagli Stati Uniti, costituisce uno Stato dentro lo Stato [7]. Secondo l’autore pachistano Tariq Ali, la stessa Arabia Saudita non sarebbe altro che “uno Stato inventato dal consorzio statunitense Aramco per la difesa dei propri interessi” [8] in una terra che, dal 17 Settembre del 1928, con l’accordo firmato nel castello di Achnacarry, in Scozia, era divenuta ufficialmente di proprietà di un cartello che si guadagnò il soprannome di “Seven Sister” (“Sette Sorelle”), dal numero di società che ne facevano parte: “Standard Oil of New Jersey” (“Esso”), “Standard Oil of New York” (“Mobile”), “Gulf Oil”, “Texaco”, “Standard Oil of California” (“Chevron”), “Royal Dutch Shell” e “British Petroleum” (“BP”). Con quello storico trattato, i magnati del petrolio americani ed inglesi, si trovano d’accordo sulla necessità di mettere per iscritto la divisione del mondo definita in quel momento, di stabilire un prezzo del petrolio vincolante per tutti e di porre fine alle rovinose lotte per la concorrenza e per il prezzo del greggio [9].

Tra i centinaia di arabi che decidono di prestare il proprio servizio alle dipendenze della “Aramco”, è meritevole di particolare interesse un certo Mohamed Bin Laden, muratore talmente bravo da riuscire, in breve tempo, ad emanciparsi dal consorzio, mettendosi in proprio nel 1935 [10].
La sua bravura e gli agganci con la famiglia reale, fanno sì che Mohamed Bin Laden diventi ben presto uno dei costruttori più in voga nel Regno, al punto che la stessa “Aramco” ed altre aziende statunitensi presenti sul suolo arabo, come la “Bechtel Corporation”, decidono di affidargli appalti, al pari del Re Abdulaziz. Quando il suo grande amico hadramita Salem Bin Mahfouz, nel 1953, fonda la “National Commercial Bank”, assumendone la carica di Chief Operating Officer, Mohamed Bin Laden ha la possibilità di attingere anche a risorse finanziarie al di fuori del Governo saudita, denaro con cui riesce ad incrementare il proprio potere nel Regno, arrivando ad acquisire interi impianti di aziende straniere, come la britannica “Thomas Ward”, rilevata con un versamento di 328.000 sterline versate in contanti [11].

Con Salem, figlio di Mohamed, i rapporti tra gli Stati Uniti e la famiglia Bin Laden si fanno sempre più fitti. James R. Bath, socio d’affari di Salem a Houston, ex pilota di caccia per l’Air Force ed, in seguito, arruolato nella Guardia nazionale dell’aeronautica texana in qualità di pilota riservista, nel 1970, diviene amico e compagno di sbronze di George W. Bush, anch’egli pilota presso la Guardia nazionale dell’aeronautica texana.
Verso la metà degli anni Settanta, proprio grazie a Bush, Bath inizia a frequentare un certo numero di persone importanti della politica texana, come George H. W. Bush (padre di George W. Bush), che diviene Direttore della CIA nel 1976; Lan Bentsen, in seguito candidato alla VicePresidenza della “Lloyd Bentsen”; e James A. Baker, Avvocato di Houston, in seguito Segretario di Stato [12], nonché socio di Robert Jordan, colui che aiutò Bush a farsi beffe della “Securities and Exchange Commission” (“SEC” – l’ente federale statunitense preposto alla vigilanza della borsa valori e che annovera, tra gli ex Presidenti, Arthur Levitt, anch’egli membro del “Carlyle Group”) e che, quando Gerge W. Bush divenne Presidente, venne nominato Ambasciatore degli Stati Uniti in Arabia Saudita [13].
E’ bene ricordare che Bush, in più occasioni, ricorda Bath come “una persona molto divertente”, anche se, in seguito, le continue domande sui loro rapporti rendono l’argomento sempre meno appetibile [14].
“Perché Bush non voleva che la stampa e l’opinione pubblica vedessero il nome di Bath sul suo stato di servizio?”. Questa è una delle domande che si pone il regista Michael Moore nel film-documentario “Fahrenheit 9/11”, che poi prosegue: “forse temeva che gli americani venissero a sapere che, per un certo periodo, James R. Bath aveva gestito gli interessi economici dei Bin Laden in Texas. Bush e Bath avevano fatto amicizia all’epoca in cui prestavano entrambi servizio nell’aeronautica della guardia nazionale. Dopo il congedo, quando Bush padre era capo della CIA, Bath mise in piedi una società di servizi aerei, subito dopo aver venduto un aeroplano a un certo Salem Bin Laden, erede del secondo patrimonio saudita in ordine di grandezza, il ‘Saudi Binladin Group’. […] Dopo l’11 Settembre, questa amicizia era diventata motivo di imbarazzo istituzionale, punto che era meglio non fare domande impertinenti” [12].

Nel 1975, Salem fonda la “Bin Laden Telecommunications”, in compartecipazione con la famiglia di banchieri Bin Mahfouz e con la “Landsowne Ltd.” [15]. La scelta del manager cui affidare le sorti della “Bin Laden Telecommunications” ricade su Rupert Armitage, un ex compagno di scuola di Salem ai tempi del “Copford Glebe”, che viene nominato Direttore Esecutivo della Compagnia. Sapere che Salem ebbe questa idea folgorante in una notte in cui, ubriaco ed in compagnia di uno dei figli di Lord Carrington, il politico britannico che allora era Segretario degli Esteri nel suo paese, entrò in un night club alla periferia di Roma, gestito da Rupert [16], lascerà stupiti quanto il venire a sapere che, uno dei firmatari del documento intitolato Rebuilding America’s Defenses: Strategy, Forces and Resources for the New Century, pubblicato nell’autunno del 2000 da un’organizzazione che si denomina “Project for the New American Century” (Progetto per il Nuovo Secolo Americano), conosciuta con l’acronimo di PNAC [17], sia un certo Richard Armitage, Vice Segretario di Stato l’11 Settembre 2001; Armitage proprio come Rupert, l’ex compagno di scuola di Salem Bin Laden, l’ex insegnante di musica di Salem Bin Laden e l’ex Direttore Esecutivo di una delle società appartenenti a Salem Bin Laden.

Frances Hunnewell, Michael Pochna e Jan Baily sono i tre finanzieri grazie ai quali, in breve tempo, la famiglia Bin Laden riuscirà a realizzare una moltitudine di partnership, stringendo accordi con la “General Electric”, la più grande azienda produttrice ed esportatrice di armi al mondo [18], con la “Caterpillar” e con la “Bell Canada”, salvo poi accusare Salem di averli tagliati fuori da una porzione dei guadagni ottenuti e di aver deviato disonestamente gli appalti verso altre aziende legate alla famiglia [19]. Sempre in questi anni, George W. Bush entra nel mondo del lavoro, fondando una sua compagnia petrolifera, la “Arbusto Energy” che vede annoverati, nel Consiglio di Amministrazione, fra gli altri, Salem Bin Mahfouz e James R. Bath. La “Arbusto Energy”, anno dopo anno e debito dopo debito, sarà costretta a cambiare spesso nome, divenendo prima “Bush Exploration Oil” ed infine “Harken Energy”, pur mantenendo sempre gli stessi uomini di potere e potendo contare su finanziamenti illimitati derivanti dai capitali provenienti dall’Arabia Saudita e dai personaggi legati alla “Bank of Credit and Commerce International” (“BCCI”), quali Mafhouz e Bath, nonché da politici intimi al clan Bush: un nome su tutti, James A. Baker[20].

Nel 1992, la famiglia Bin Laden, con un investimento di quattro milioni di dollari, acquista la “United Press International” (“UPI”), compagnia di telecomunicazioni americana in fallimento [21]. Le voci che circolano sull’acquisto della “United Press International”, sembrano evidenziare un forte interesse da parte del Governo saudita, che ha come obiettivo quello di realizzare alternative ad emittenti come “Al Jazeera”, ostili o indifferenti all’establishment vigente nel Regno. Non è mai stato chiarito, neanche dai dirigenti della “United Press International”, se le famiglie come i Bin Laden abbiano investito per conto proprio o come “soci occulti” del Governo saudita, fatto sta che, Presidente dell’“UPI”, è nominato Ahmed Badeeb, ex capo dello staff del Principe Turki e Direttore dei Servizi Segreti sauditi [22].

Per anni i Bin Laden investono negli Stati Uniti, ma è a metà degli anni Novanta che la famiglia inizia ad operare investimenti finanziari più complessi ed articolati; dopo lo scandalo che colpisce la “National Commercial Bank” nella persona di Salem Bin Mahfouz, accusato di aver contribuito al fallimento della “BCCI” [23], accusata, tra l’altro, di varie operazioni segrete illegali tra cui i trasferimenti di denaro e armi relativi alla scandalo “Iran-Contra” [24] e l’armamento ed il finanziamento prestato ai mujaheddin afghani durante la guerra in Afghanistan contro l’Unione Sovietica attraverso il riciclaggio dei proventi del traffico di eroina proveniente dalle terre di confine tra Pakistan ed Afghanistan [25], la famiglia Bin Laden rivolge le proprie attenzioni verso nuovi mercati, in particolare in società collegate all’élite politica di Washington.

Il “Carlyle Group”, società privata di fondi comuni azionari, prende vita nel 1987, quando l’Avvocato David Rubenstein, pochi anni prima Consigliere per la politica interna sotto la presidenza di Jimmy Carter, e Stephen Norris, specialista in fusioni, decidono di realizzare una società che, attraverso la raccolta di denaro da istituzioni o investitori facoltosi, realizzasse utili attraverso compravendite di pacchetti azionari di compagnie private ed altre entità, applicando tariffe di consulenza agli investitori ed orchestrando operazioni proficue.
Nel 1993, a sei anni dalla creazione della società, il “Carlyle Group”, che deve il suo nome al prestigioso “Carlyle Hotel” di New York, può contare su un portafoglio di investimenti cresciuto di circa due miliardi di dollari.

Con la prima Amministrazione Bush, grazie a Frank Carlucci, Segretario della Difesa ed ex Direttore della CIA, Rubenstein riesce a far entrare il “Carlyle Group” nell’arena degli appalti della Difesa. Il successo ottenuto da Carlucci nel coinvolgere politici influenti e di primo piano come soci della Compagnia è una folgorazione per Rubenstein, che riesce a sfruttare la loro reputazione e fama per raccogliere investitori, assicurandosi affari vantaggiosi grazie ai loro contatti governativi. Dopo la vittoria di Bill Clinton contro Bush nel 1992, Rubenstein e Norris si recano alla Casa Bianca per incontrare il Segretario di Stato uscente James A. Baker. Con i democratici di nuovo al potere, Baker è pronto a fare soldi: decide così di diventare consulente di una compagnia di fornitura energetica con base a Houston, la “Enron Corporation”, e accetta di diventare socio del “Carlyle Group”.
Baker gode di un’eccellente reputazione in Medio Oriente, soprattutto nella regione del Golfo Persico, dovuta in gran parte al suo operato durante la Guerra del Golfo. Insieme con altri soci e promotori del “Carlyle Group”, si reca in Medio Oriente alla ricerca di fondi da parte di facoltosi investitori arabi. Il suo incarico più importante – insieme a quello di importanti personaggi politici come il Presidente George H. W. Bush e l’ex Primo Ministro britannico John Major – consiste nel coinvolgere le tasche più gonfie d’Arabia in cene e seminari privati, ed impressionarli con gli eccellenti profitti ed i piani di sviluppo del “Carlyle Group”. La tattica, a quanto pare, sembra funzionare bene, poiché, tra il 1994 ed il 1996, la Compagnia recupera 1,3 miliardi di dollari per un fondo investimenti chiamato “Carlyle Partners II”. Tra i finanziatori figura anche un certo George Soros, il ricchissimo operatore di cambi, che partecipa con 100 milioni di dollari e coinvolge il “California Public Employees’ Retirement System”, l’ente di pensionamento per i lavoratori californiani che, a sua volta, investe 80 milioni di dollari [26].

È nel 1995 che, attraverso i loro uffici londinesi, i Bin Laden vengono a conoscenza del “Carlyle Group”, ed è in quell’anno che cominciano ad investire nella Compagnia i primi soldi [27]. James A. Baker “li conosceva molto bene” ed era il “politico preferito dalla famiglia, come ricorda Charles Schwartz, l’avvocato di Houston che tutelava gli interessi dei Bin Laden in Texas [28]. È Shafiq Bin Laden ad essere nominato come rappresentante della famiglia alle conferenze del “Carlyle Group” per seguire da vicino gli investimenti della Compagnia, ed è proprio questo incarico che, per uno scherzo del destino, lo conduce a Washington lo stesso giorno in cui suo fratello, Osama Bin Laden, secondo il “9/11 Commission Report”, decide di attaccare gli Stati Uniti [29].

Il “Carlyle Group” tiene la riunione annuale degli azionisti proprio la mattina dell’11 Settembre e, a fare compagnia a Shafiq Bin Laden, tra gli altri soci, nel lussuoso Hotel “Ritz Carlton” di Washington, quella mattina, ci sono anche James A. Baker, John Major e George H. W. Bush. Il Gruppo, che ha negli investimenti per la Difesa degli Stati Uniti d’America il proprio core business, trova, negli attacchi dell’11 Settembre 2001, un potente alleato che può far balzare alle stelle gli stanziamenti per la Difesa, aumentando esponenzialmente gli introiti del Gruppo e dei suoi soci.
Il “Carlyle Group”, l’undicesimo fornitore della Difesa statunitense in ordine di grandezza, detiene il 54% del capitale della “United Defense Industries”, la quale vende l’80% dei suoi prodotti al Governo USA, per una stima che, nel 2001, si aggira intorno ai 560 milioni di dollari di fatturato. Data la necessità della guerra al terrorismo, la “United Defense Industries” si vede affidare la fabbricazione del carro armato “Crusader”, commessa che permetterà all’azienda, ed al controllante “Carlyle Group”, di poter usufruire di stanziamenti per mezzo miliardo di dollari, denaro grazie al quale può acquisire il controllo della svedese “Bofors” e dell’inglese “Qinetiq” [30].
Lo stesso “Carlyle Group” richiede ed ottiene, a sei mesi dagli attentati, il collocamento in borsa della “United Defense”, realizzando, in un solo giorno, un guadagno di 237 milioni di dollari [12].

Note e fonti:
[1] “Il clan Bin Laden – Una famiglia alla conquista di due mondi”, di Steve Coll, Rizzoli, 44
[2] Cit. “Travels to Arabia During the Reign of King Abdul Aziz”, “Conference on the Kingdom of Saudi Arabia”, raccolta di atti, di Fadia Saud Al-Saleh, 337-376
[3] “Il clan Bin Laden – Una famiglia alla conquista di due mondi”, di Steve Coll, Rizzoli, 45
[4] “Storia dell’Arabia Saudita”, di Madawi Al-Rasheed, Bompiani, 92
[5] “Inside the Mirage: America’s Fragile Partnership With Saudi Arabia”, di Thomas W. Lippman, 16
[6] “Il libro nero del petrolio – Una storia di avidità, guerra, potere e denaro”, di Thomas Seifert e Klaus Werner, Newton and Compton, 288
[7]Aramco zahlt alles, “Die Zeit”, 39/2003
[8] “Die Ströme der Bitterkeit”, “Le Monde Diplomatique”, 12 Ottobre 2001
[9] “A Century of War. Anglo-american Oil Politics and the New world Order”, di F. William Engdahl, London, Pluto, 2004
[10] Rapporto americano, 1935: DOS 59 “The Bin Ladin Construction Empire”, da Gedda a Washington, 25 Settembre 1967
[11] FO 371/104859, “Jeddah Monthly Economic Report”, Febbraio-Aprile 1953
[12] Cit.The Wall Street Journal, 28 Settembre 1999, che riporta un’intervista del 1990 al “Post” di Houston
[13] “Fahrenheit 9/11”, film-documentario, USA 2004, di Michael Moore
[14] “Il clan Bin Laden – Una famiglia alla conquista di due mondi”, di Steve Coll, Rizzoli, 179
[15] Ivi, 206
[16] Nightclub a Roma, figlio di Lord Carrington: intervista a Rupert Armitage, 19 Settembre 2006
[17] “The Sorrows of Empire”, di Chalmers Ashby Johnson, 178
[18] “Uranio impoverito, arma invisibile di distruzione di massa”, di Laura Malucelli, scritto per “Tutto quello che sai è falso – Manuale dei segreti e delle bugie”, a cura di Russ Kick, Nuovi Mondi Media, 160, 161
[19] L’ammontare della porzione del contratto spettante alla Bell Canada è difficile da quantificare con precisione. Pochna e Hunnewell, e documenti della loro causa, suggeriscono che fossero loro dovuti circa 21 milioni di dollari per la loro commissione dell’1,5 per cento nei primi cinque anni, il che situerebbe il valore del contratto intorno a un miliardo e mezzo di dollari. Il valore totale dichiarato del contratto, comprese tutte le vendite di apparecchiature, superava i tre miliardi di dollari. Che ci fossero altri 400 milioni di dollari in contratti edilizi: Surtees, cit., 231; che questi 400 milioni fossero finiti quasi tutti negli interessi di Bin Laden, risulta da interviste a Hunnewell ed a Pochna. Commissione di 500 milioni di dollari per Mohamed Bin Fahd (uno dei figli del principe ereditario): Holden e Johns, cit., 414
[20]Quando la famiglia Bin Laden faceva affari con la famiglia Bush, di Giancarlo Radice, scritto per il Corriere della Sera
[21] Intervista con Tobin Beck, ex Caporedattore della “United Press International”, 12 Ottobre 2005
[22] “Il clan Bin Laden – Una famiglia alla conquista di due mondi”, di Steve Coll, Rizzoli, 407, 408
[23]BCCI scandal: long legal wrangling over collapsed bank, “The Guardian”.Britain’s biggest banking scandal, “BBC News”.National Commercial Bank Of Saudi Arabia, “Los Angeles Times”.COMPANY NEWS; Saudi Banker Is Charged With Fraud in B.C.C.I. Case, “The New York Times”.Saudi bank chief charged with dollars 300m BCCI fraud, “The Independent”
[24]Iran-Contra: The Cover-Up Begins to Crack“, “Time Magazine World”; “BCCI: Il Dirtiest Bank of All“, “Time Magazine U.S.”
[25]Sala@m Knowledge
[26] “Il triangolo di ferro. Casa Bianca e affari sporchi: I segreti del gruppo Carlyle”, di Dan Briody, Fusi Orari, 1-89
[27] Ivi, 145
[28] Cit. intervista telefonica con Charles Schwartz, 20 Settembre 2006
[29] “Il clan Bin Laden – Una famiglia alla conquista di due mondi”, di Steve Coll, Rizzoli, 406, 407
[30]Bin Laden e Bush due famiglie, stessi affari“, tratto da “brianza popolare – Notizie, commenti, proposte dalla Brianza, per la Brianza”

Nico ForconiControInformo.info